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Vecchia Alessandria, le scarpe a cestino.

1938 - argini del Tanaro . Mio papà è quello in piedi a destra.
Mio papà era dell'11, un uomo dell'altro secolo e come tale appartenete ad un mondo in cui le distinzioni, le barriere sociali e gli steccati erano ben visibili ed identificabili senza incertezze. Mica come adesso che che non c'è più la destra, né la sinistra, ormai Gaber ha fatto scuola, siamo pieni di dubbi relativistici e alla fine ci si dichiara post-tutto. Il periodo storico che ha vissuto lo aveva messo, al pari di milioni di persone in condizioni di giudicare la politica come una cosa molto pericolosa e verso la quale bisogna tenere un profilo basso, non far sapere come la pensi perché non si sa mai, eventualmente seguire l'onda  perché a mettersi contro non solo è inutile ma soprattutto è pericoloso. Tuttavia aveva ben chiaro che da una parte c'erano i "signori" che, avendo vissuto l'infanzia nella portineria di una casa nobiliare, pensava di conoscere da vicino, con una sorta di ammirazione neutra e dall'altra gli operai, classe a cui da ferroviere e prima da lavoratore in un calzaturificio, sentiva di appartenere a pieno titolo. Due classi avverse e distanti per principio che certo non potevano in alcun modo mescolarsi, altro che ascensore sociale. Quando alle "Signorine" del palazzo nobiliare veniva in visita il Conte tal dei tali, al massimo si guardava da lontano, ma senza desideri o invidie, tanto era considerato un altro mondo. Tuttavia mi risulta che votasse socialista, pur temendo il comunismo come la peste, sentendolo epidermicamente pregno della difettosità dei regimi che aveva già conosciuto e gli erano stati sufficienti, non tanto per la deprivazioni di libertà che in fondo non gli interessavano più di tanto, ma per la sicurezza che quel tipo di tirannide porta tutte le volte alla stessa conclusione e penso che chi ha provato una volta la guerra, ne rimanga vaccinato per sempre. 

Però non si è mai espresso chiaramente sul voto, neanche con me; è pericoloso esprimere le idee politiche, evidentemente questo imprinting se lo sarebbe portato dietro per sempre. Larvatamente e solo nell'intimità della famiglia, mi aveva fatto capire che forse i socialisti avevano a cuore gli operai e quindi c'era convenienza a che avessero forza. Teniamo conto che allora erano sempre sotto il 10%, un partitino insomma. E mi raccomando bisogna sempre andare a votare. Per esercitare un grande diritto, direte voi, macché, perché se non vai alle urne, ti segnano e non si sa mai cosa ti può succedere, e mia mamma china sul rammendo delle calze assentiva con larghi cenni della testa, per rafforzare quella che apprezzava come la saggezza del capofamiglia. Il "povero" si difende mantenendosi distaccato dalle passioni e dalla fascinazioni politiche, guai a lasciarsi catalogare, ha solo da rimetterci. Tutto questo potrebbe far pensare ad una vita in sedicesimo, nascosta e schermata. In realtà, se era pur vero che non bisognava mai esibire nulla per non far pensare a possibilità economiche troppo vistose, vigeva il concetto che chi più spende meno spende e quindi, le poche cose che si compravano dovevano essere di qualità. Certo senza esagerare. Il salame non doveva essere del tipo migliore in assoluto, se no lo mangi tutto subito, ma neanche di qualità scadente che se no fa male, diciamo di seconda. Il cappotto si rivoltava, ma la stoffa era stata comprata in quel negozio sotto la galleria che aveva solo roba buonissima. 

Le scarpe, un paio ogni due anni, erano poi un punto fisso, anche perché il mio papà si riteneva del mestiere e se le scarpe non sono perfette, poi ti fanno male e i piedi si rovinano. E lo diceva lui che aveva tutti i mignolini accavallati perché da giovane erano di moda le scarpe a punta. Probabilmente "l'operaio" ci teneva molto all'eleganza, che aveva spiato dai vetri della guardiola di mia nonna mentre le dames de chambre e i signorini salivano lo scalone del palazzo e di certo quando era giovanotto, per lo meno ad osservare qualche vecchia fotografia, puntava molto su questo punto, Borsalino sulle 23, pantalone largo, cappotto di vigogna e scarpe fatte a mano, per forza, se le faceva lui da solo. Evidentemente grazie allo straordinario, di soldini ne guadagnava abbastanza e se li spendeva tutti in vestiti, forse per ammaliare le fanciulle. Mi sa che è in questo modo che ha accalappiato la mamma alle fonti di Valmadonna. Poi dopo il matrimonio deve aver campato di quel che aveva prima, rivoltando cappotti e rifacendo polsini e colletti, cosa a cui pensava mia mamma. Però il suo orgoglio massimo, quello che considerava davvero il top dell'eleganza, lo teneva ben riparato, avvolto da una pezzuola di stoffa, in una scatola nell'armadio, che non si rovinassero, un paio di scarpe a "cestino" marrone chiaro. Al posto della usuale tomaia avevano tutto un intreccio di sottili fettuccine di chevrot che si incrociavano diagonalmente in maniera perfetta, tanto che da lontano pareva un disegno e non un sapiente lavoro di alto artigianato. 

Quando era tarda primavera, e non pioveva, certo, guai a metterle nell'acqua, le tirava fuori con religiosa attenzione, poi prendeva una pezzuola morbida e il lucido Brill dalla scatola rotonda con una curiosa chiavetta laterale che si ruotava per far alzare il coperchio e, dopo aver sporcato il panno, ma pochissimo, perché troppo lucido corrode il cuoio, cominciava a passarlo con movimento dolce e ripetitivo, quasi accarezzando la scarpa che la mano sinistra inserita dentro, faceva ruotare come la testa di un burattino. Sfregava leggero a lungo, rimirando l'opera di tanto in tanto e allungando il collo all'indietro. Che splendore quelle scarpe, poi se le metteva, legando con cura le stringhe delle stesso colore e usciva con gli amici per andare ai giardini. Solo che le scarpe a cestino hanno una caratteristica unica, specie quando sono ben lucidate. Mentre cammini, ad ogni passo emettono un imbarazzante scricchiolio, che mi faceva tanto ridere. Sembrava quasi un gemito chioccio, uno stridio iterato ed inevitabile che segnava il movimento con cadenza imbarazzante. Crick crock, crick crock, il mio papà si allontanava con la bicicletta nera coi freni a bacchetta per mano e quando tornava per cena, eccolo là crick crock, crick crock, lo sentivi arrivare dal fondo delle scale. Una volta entrato e ricoverata la bici, se le toglieva e con cura le ripuliva ancora prima di avvolgerle nella stoffa e riporle con la soddisfazione dell'operaio signore, nella scatola dell'armadio, prima di sedersi a tavola tutto soddisfatto. Adesso ho il tacco della scarpa sinistra che scricchiola continuamente, mi sembra di camminare con le scarpe a cestino ed è anche tutto consumato, ma non c'è più il mio papà ad aggiustarmelo.


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Bàti la fisica.

Sentire l'amico Franco Castelli che parla di miti, leggende, modi di dire e della cultura contadina che permea la nostra vecchia città fin dalle sue origini, è davvero un piacere unico. L'altra sera alla Gambarina, si è davvero superato con un excursus che partiva da Gelindo, attraverso tutte le storie alessandrine, la regina Pedoca, Baudolino e la Fia du Sendic di'Ort, fino ad arrivare alle glorie del Bar Baleta e delle Borsaline. Tra i tanti cenni che la sua sterminata cultura sull'argomento, ha riportato a galla nei nostri ricordi, ho ritrovato un modo di dire, davvero curioso che avevo dimenticato, avendolo sentito da mia mamma solo una sessantina di anni fa o più. Come Franco ha riccamente illustrato in un articolo del 1997 sul mensile La città, Alessandria e soprattutto le sue campagne erano, come la maggior parte degli altri luoghi contadini, pervasi da leggende e racconti paurosi, che i vecchi raccontavano nelle veglie nelle stalle, la sera, prima di andare a dormire, scaldandosi al fiato delle mucche e che i bambini  ascoltavano con gli occhi spalancati e pieni di paura. 

Racconti di streghe e di fantasmi, come combatterli e come tenerli sapientemente lontano, magari buttando in mezzo all'aia gli arnesi da camino (le molle e 'l barnass) in forma di croce, che per soprappiù durante i temporali potevano riparare anche dal fulmine, calamità assai pericolosa, tanto che il proverbio: uarti da la lësna, da u tròn e da cùi chi àn 'l culùr du savòn (guardati dal fulmine, dal tuono e da quelli che hanno il colore del sapone, i tubercolotici, pericolosi infettivi) la cui terza parte ha dato luogo ad innumerevoli varianti in rima  (famosa quella: d'l'asichiratùr Bausòn, ad esempio). Eventi naturali o stregoneschi, che avvenivano a causa delle forze primigenie della natura, ma anche procurati, dai sapienti, dagli istruiti, preti in prima fila, cùi chi àn stidià (quelli che hanno studiato), che per il popolino hanno sempre un lato maligno e pericoloso e che utilizzano queste capacità, oggi diremmo questi skills, soprattutto per gabbare la povera gente. 

La mia mamma, quando non andavo ancora a scuola, mi portava sempre con lei a fare la spesa e al lunedì, giorno di mercato c'era sempre una certa confusione nelle vie del centro alessandrino, non come adesso che pare la città dei morti, percorsa solo dalle ombre curve degli anziani che la popolano, sempre meno numerosi. Allora c'erano banchi di ogni genere, compresi quelli che vendevano la colla tedesca miracolosa, che affascinava mio padre, il cinese che offriva le cravatte o quello che mostrava le peculiarità di panacea universale del Grasso di tigre, che altro non era che il Tiger Balm che già allora arrivava dall'Oriente e che ritrovai tanti anni dopo ad Hong Kong (che già allora il mio destino volto ad est, fosse segnato?). 

Un giorno in via Dante, si era formato un capannello di gente che guardava incuriosita un tizio, un po' misterioso ch'el fava balè i buratén (faceva ballare i burattini). Probabilmente mediante fili di nylon nascosti , muoveva due figurine dagli arti snodati che parevano camminare, muoversi, fare inchini a comando e che davvero, a me bambino meravigliato, parevano muoversi di vita propria e comandati a saltellare dagli ordini di un mago misterioso. Forse la gente allora era ancora dotata di una candida ingenuità, ma stavano tutti incantati a guardare il balletto fatato, che poi il mago vendeva in scatole in cui, assicurava, c'erano tutte le spiegazioni per ripetere a casa propria il miracolo. Io ero incantato a guardare, ma la mia mamma mi teneva la manina con una presa forte e sicura, trattenendomi lontano e quasi subito mi disse: Andiamo via, ch'isi i sòn gent chi batu la fisica (che quelli sono gente che battono la fisica). Un modo di dire curioso, in cui è racchiuso tutta la meraviglia mescolata al timore verso coloro che studiano nei libri spessi, pieni di segni misteriosi, appunto i libri di fisica, preparandosi con la loro sapienza a fregare il prossimo. 

(vedi la bella poesia di Rapetti il poeta dialettale di Villa del Foro: Ra fisica, materia associata dal volgo alla stregoneria e al mondo dell'al dil à, di cui vi riporto una quartina:
Capì ch'is favu vighi, 't spauentavu / 'nt er stali, da maznà, i vègg quintavu / fa dì na mesa ai mòrt, o du, sparisu / 'r prèvi l'à u libi, chil se 'r vo parisu.
Capivi  che  erano apparizioni spiritiche,  ti  spaventavano  / nelle  stalle, da bambini, i vecchi raccontavano / se fai dire  una messa o due ai morti, spariscono /ma  il prete ha il libro, lui  se vuole li fa apparire) 

Quante volte lei lo avrà sentito nella stalla del cascinotto in cui, bambina, passava le sere senza altro che i racconti dei vecchi, alla luce fioca di una lanterna. Storie che certo aveva dimenticato, ma che le avevano inculcato questa importanza vitale di appropriarsi del sapere, il potere dei "libri", che ha cominciato a comprarmi fin da piccolo, lei che aveva fatto solo la terza elementare, quantomeno perché in futuro non mi facessi fregare da chi lo possedeva, il sapere. Questa fisica misteriosa che dava poteri, e chissà perché si doveva "battere". Una necessità assoluta che ha preteso almeno per suo figlio, ponendo come priorità assoluta proprio quella che studiassi, a costo di ogni suo sacrificio. Che un giorno anche il suo bambino fosse tra quelli ch'i batu la fisica, forse lo ha sempre sognato; così, col tempo, me ne sono appropriato un po' anch'io della fisica, anche se alla fine non mi è servita per fregare nessuno.

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