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FINZIONI IN TRE CAPITOLI E UNA PREMESSA - 9 ottobre - Alessandria

Su teatro.it  al link http://www.teatro.it/spettacoli/macall/finzioni_in_tre_capitoli_e_una_premessa_5529_28305#recens
recensione di FINZIONI IN TRE CAPITOLI E UNA PREMESSA, di e con Fulvio Pepe,  visto al Teatro Macallè di Castelceriolo, giovedì 9 ottobre.

La recensione di Nicoletta Cavanna

L'attore tra finzione, reale e ricerca
Una traccia scritta su strisce di carta, fissate man mano ad una bacheca,  rappresenta il percorso del monologo e ne ricorda gli argomenti, mentre, su un’altra bacheca, il protagonista appende immagini di volti che cristallizzano dei destini.  La premessa del titolo è sulla pedofilia, i tre capitoli rispettivamente portano il nome di “Le nozze di Cana, “ Terroristi” e “Pippa Bacca”. ...continua

La vedova scaltra - 4 settembre - Alessandria - recensione

Su teatro.it la recensione de "La vedova scaltra con Arlecchino servitore di quattro padroni" della compagnia teatrale NuoveForme al link http://www.teatro.it/spettacoli/ex_ospedale_militare/la_vedova_scaltra_con_arlecchino_servitore_di_4_padroni_5483_21765#recens

Sabato 6 settembre l'ultimo appuntamento della rassegna Goldoni vs Molière con "Il malato immaginario paura e delirio a Parigi" presentato dalla compagnia Giovani Stregatti con la regia di Luca Zilovich e Gianluca Ghnò, presso l'ex ospedale militare alle ore 21.

La recensione di Nicoletta Cavanna

La vedova scaltra: seduzione e ambiguità
La vedova scaltra è un personaggio ambivalente, che ha in sé sia la razionalità più ferrea che il desiderio di conciliare l’avvedutezza con il sentimento. In lei ci sono caratteristiche di astuzia e di fascino certamente femminili, ma anche un lato maschile di autonomia e di senso pratico.continua

DON GIOVANNI - 80'S POP SHOW - 30 agosto- recensione

Su teatro.it al link http://www.teatro.it/spettacoli/ex_ospedale_militare/don_giovanni_80_s_pop_show_5483_29043#recens recensione di DON GIOVANNI - 80'S POP SHOW , della compagnia Il Cerchio di Gesso, del 30 agosto, nell'ambito della rassegna Goldoni vs Molière. Il prossimo spettacolo, giovedì 4, sempre presso il cortile dell'ex ospedale militare, sarà "La vedova scaltra con l'Arlecchino servitore di quattro padroni" della compagnia teatrale NuoveForme.

La recensione di Nicoletta Cavanna

Don Giovanni: l'apoteosi spettacolare del vizio
“L’ipocrisia è un vizio alla moda e tutti i vizi alla moda sono considerati virtù”. La filosofia di vita del Don  Giovanni di Molière si condensa nel cinismo della finzione volta al proprio piacere e il suo edonismo senza scrupoli è ambientato, nella lettura delCerchio di Gesso, negli anni ’80 dell’eccesso e dell’ostentazione. continua


La locandiera - 28/8 - Alessandria - recensione


Nell'ambito della mini rassegna Golgoni vs Molière organizzata dalla compagnia teatrale Stregatti ad Alessandria dal 28 agosto al 6 settembre.

La locandiera e le passioni di ogni tempo

La locandiera di Jurij Ferrini sovrappone e integra due piani temporali con l'escamotage del teatro nel teatro usato con leggerezza e ironia. Una compagnia mette in scena La locandiera e i personaggi entrano e escono dai loro ruoli, attendendo seduti la chiamata da parte di un suggeritore-attore che scandisce l'ordine delle scene.continua

Cristiano De Andrè ad AstiMusica - Piazza Cattedrale di Asti - 27 luglio 2014 - Recensione

foto tratta da: http://www.gazzettadasti.it/index.php/primo-piano/fotogallery-primo-piano/cristiano-de-andre-chiude-asti-musica

Cristiano de Andrè-Asti-Piazza Cattedrale-27 luglio 2014

Durata: 2 ore circa

Band: Cristiano De André (voce, chitarra, bouzouki, piano, violino), Osvaldo Di Dio (chitarre), Davide Pezzin (basso, contrabbasso), Davide De Vito (batteria).


In una bella domenica di luglio, dopo giorni di incessanti piogge, ecco finalmente che riesco a godermi lo spettacolo offerto dallo straordinario Cristiano De Andrè, figlio  del mio mito in assoluto: Faber.

La band sale sul palco, parte la base di Non è una favola, ma Cristiano De André non si vede: arriva al microfono poco dopo, quando le note della base stanno già affrontando la prima strofa.

Confesso che non conoscevo bene il suo ultimo album, Come in cielo così in guerra, avendone sentito solo poche canzoni e onestamente dopo averlo sentito in modo completo,

posso dire di preferire di gran lunga i suoi pezzi più datati, come la bellissima Nel bene e nel male, che canta subito dopo; canzone presente anche nel dvd Fabrizio De Andrè in concerto,

nel 1998, tenutosi a Roma al teatro Brancaccio. Questo brano mi fa commuovere tutte le volte che lo ascolto ed è una delle mie canzoni preferite di Cristiano, è di una dolcezza infinita;

sarà perchè l'ho ascoltata un'infinità di volte, e la associo al suo volto ancora giovane durante il tour del padre.

Nonostante questo, dopo sole due canzoni mi torna in mente il suo precedente tour, De Andrè canta De Andrè, del quale avevo sentito tre concerti, completamente diverso da quello attuale, nonostante la bando fosse esattamente la stessa:

che cosa ne è stato allora del precedente spettacolo di Cristiano che con De Andrè canta De Andrè  aveva incantato l'Italia in lungo e in largo per più di un anno (da giugno 2009 a ottobre 2010) riscuotendo clamorosi e meritati successi

non solo per la qualità del repertorio eseguito ma anche per la straordinaria produzione che accompagnava lo spettacolo?

Le prime pecche che noto in questo tour riguardano il livello della produzione, che pare essersi di molto ridimensionato, dopo che nel precedente tour non si doveva aver badato a spese. Ma quello che più mi ha colpito riguarda la band,

che invece nel precedento tour mi aveva colpita proprio per il fantastico arrangiamento e per la presenza scenica.  C'è stata un' unica clamorosa differenza, ossia l'"eliminazione" del tastierista Luciano Luisi,

che di De Andrè canta De Andrè era stato arrangiatore e artefice artistico. La scelta ricade sul  lasciare ampio spazio a basi preregistrate che però evidentemente  non sostituiranno mai il tocco di un musicista dal vivo.

A tratti mi sembra di sentire gli stessi arrangiamenti pre-confezionati di uno qualunque dei tanti tributi che ben conosciamo e che ci sarà sicuramente capitato( purtroppo) di sentire.

Lasciando perdere i dettagli tecnici, trovo che Cristiano De André e la sua band siano musicisti eccellenti,  che riescono comunque a rendere ottimo pure uno spettacolo totalmente diverso da quello che io, forse stupidamente, mi immaginavo.

 Ecco che vorrei fare qualche considerazione in merito alla scaletta: l'intero concerto è suddiviso in due parti, la prima con canzoni di Cristiano e l'altra con canzoni di Fabrizio.  Quello che mi ha sorpresa è stata l'idea di proporre nella prima parte tutto e solo l'ultimo disco,

Come in cielo così in guerra.

Nella seconda parte del concerto Cristiano ha dato spazio a brani storici e indimenticabili della canzone italiana, ovvero quelli di Fabrizio, eseguiti in chiave più rock ma capaci di emozionarmi al punto che mi è scesa ben più di una lacrima.

Speravo però di sentire, oltre alla fantastica Nel bene e nel male fatta come primo pezzo, anche altri pezzi forti del suo repertorio passato, che proprio perchè poco noto al pubblico avrebbe così potuto far conoscere;

canzoni come Natale occidentale, Canzoni con il naso lungo, Dietro la porta, Ciò che ci resta ,Lady Barcollando sono pezzi secondo me quasi sconoscuti e profondamente sottovalutati che meriterebbero di essere apprezzati,

dimenticandosi per un momento che Cristiano è figlio di un mito, e apprezzandolo per la sua grande voce e per il suo talento di polistrumentista.

La seconda parte dedicata a Fabrizio, è quella più coinvolgente e meglio arrangiata e  riprende il lavoro di De Andrè canta De Andrè, con tutti brani già sentiti in quel tour e arrangiati più o meno come allora. I pezzi scelti da Cristiano sono ottimi,

ma mi sarebbe piaciuto sentire anche pezzi più di nicchia, primo fra tutti Ottocento. I pezzi eseguiti ( non in ordine ) sono: Se ti tagliassero a pezzetti, Nella mia ora di libertà, e Smisurata preghiera, fatti in chiave particolarmente rock;

Verranno a chiederti del nostro amore è il momento più emozionante del set, poi si passa ai grandi classici con finale scatenato con Quello che non ho e Fiume Sand Creek e chiusura definitiva, nei bis,

affidata ad una versione troppo tirata che si distanzia di troppo, per i miei gusti, dall' originale de Il pescatore, dove cristiano si esibisce in un assolo di violino molto divertente invitando il pubblico seduto a raccogliersi sotto il palco.

Nel complesso si è trattato di uno spettacolo davvero bello, anche se io sono di parte perchè ho chiaramente un debole per Cristiano, che man mano che passa il tempo mi ricorda sempre più suo padre, nella voce e nei movimenti.

Solo mi è dispiaciuto per questa produzione un po' approssimativa per la quale il tour di Cristiano sembra un po' quello di un esordiente, quando invece meriterebbe un arrangiamento di molto superiore.

Trovo inoltre che Cristiano osi troppo poco, in modo particolare per quanto riguarda i suoi pezzi, da uno come lui ci si aspetta tanto, di più di quello che effettivamente da.

Per il resto, si nota che Cristiano è  spesso impacciato quando si rivolge al pubblico, i suoi discorsi sono interessanti  ma spesso espressi con imbarazzo;

è capace di spiegare cosa c'è dietro alle sue canzoni ma sembra quasi che si giustifichi per il fatto di eseguirle e ci tiene a sottolineare di essere un anarchico,

ma non semplicemente perchè lo era suo padre, sempre come per giustificarsi, poi inutilmente perchè  Cristiano, secondo me, non dovrebbe avere di queste reticenze: anche le sue,  oltre a quelle di Fabrizio,

sono canzoni molto belle e non deve certo scusarsi con nessuno del fatto che le canti ai propri concerti. Anzi, potrebbe pure farne di più: un talento come il suo non è diffuso a questo mondo e andrebbe fatto conoscere con più entusiasmo e gioia.

Racconti di mezzanotte - 11 luglio Alessandria - Recensione

I poeti vanno lasciati volare tra gli alberi
come usignoli pronti a morire.

Lo spettacolo di fine corso degli allievi Stregatti inizia con le parole di Alda Merini , un inno alla libertà e alla fatalità mortale che accompagna la condizione umana.

In un contesto verde, nei giardini della ristorazione sociale, al suono di un flauto traverso che pare provenire da antichi miti silvani, i protagonisti ci propongono storie sinistre, che ci immergono in un mondo inquietante, laddove la vita e la morte perdono la loro distinzione.
Abiti bianchi o neri, occhi anneriti e volti esangui per favole horror, dove gli alberi possiedono una saggezza che travalica la crudeltà degli uomini o dove streghe ossessivamente innamorate tormentano gli amati per l’eternità, per arrivare all’ossessione raffinata di Edgar Allan Poe.

La messa in scena è itinerante e si avvale di diverse locazioni all’interno dei giardini. Particolarmente suggestivo il quadro all’interno della serra, con una storia vampiresca di grande impatto drammatico, grazie alla bravura dei protagonisti e alla sottile alternanza tra passione e crudeltà del brano.

La bramosia del mutamento, alla luce della luna, delle fanciulle licantrope e la loro bellezza nella danza ferina concludono una serata che poggia su topoi della letteratura horror per trasformarli in forma elegante e moderna, sino ad esorcizzarli con una canzone alla luna che dona bellezza a ciò che è irresistibilmente tenebroso .

Un’ottima prova e un saggio curato in tutti i particolari, tra cui locazione, abiti, trucco e musiche dal vivo per flauto e chitarra elettrica. Il punto di forza rimangono i testi e il taglio di regia di Giusy Barone, volto ad unire in un contesto unico favole sinistre differenti che toccano gli argomenti dell’immaginario gotico di tutti i tempi.

A settembre  Racconti di mezzanotte sarà replicato per coloro che non sono riusciti ad aggiudicarsi il biglietto di questa prima, esaurita già con settimane di anticipo.

Oltre alla piacevolezza della serata e alle scelte registiche sempre moderne degli Stregatti , colpisce l'efficacia della scuola teatrale che risponde ad una richiesta giovane in campo artistico e la sviluppa con originalità e sapienza. Con questa finestra sul futuro aspettiamo le nuove prove degli allievi Stregatti. 

Ti Affetto - 30 maggio - Valdapozzo - recensione

Le costruzioni logiche che stanno dietro gli atti ingiustificabili e l’ossessione che permea un rapporto malato sono l’argomento di “Ti affetto”, pièce scritta da Alessia Brisone e da lei interpretata con Giancarlo Adorno con la regia di Tommaso Massimo Rotella.

Il tema della violenza domestica è delicato ed è ultimamente spesso rappresentato teatralmente. La sfida, in questo caso, consiste nella ricostruzione non solo del vissuto, ma della macchina mentale che rende possibili azioni violente da parte di chi le compie e di chi le accetta.
I due protagonisti non hanno nome, sono unici ma anche simboli, e la loro storia è narrata in flash back, sembra la rivisitazione di un percorso interiore di analisi.  
Entrambi ricordano, meditano e riscrivono le vicende alla luce di una mistificazione che muta gli eventi. Sia lui che lei tendono a convincersi che la violenza non esista, che gli effetti di essa siano causati da incidenti domestici e che tutto proceda per il meglio. Una sorta di illusione di coppia che a tratti si rompe e scatena nella donna consapevolezza e una reazione di rivalsa violenta, che si esprime nella minaccia folle di affettare il compagno e godere del suo lento dolore.
Il testo ha una base fortemente drammatica, ma la sua rappresentazione passa attraverso diversi registri. La mistificazione della realtà, nella versione della protagonista, è straniata ed ironica, pare una fase di elaborazione del riscatto finale. Così la presentazione in tono commerciale- piazzistico dell’homo insapiens, incapace di andare al di là della sua grettezza, si inserisce in un contesto di amara verità.
Su tutto un’ossessione da vincere e un complesso di dipendenza reciproca, che induce la personalità malata dell’uomo a colpire e quella succube della donna a giustificare.

Altrettanto ossessionante la musica: prima il Bolero di Ravel in versione cantata e poi l’Alouette, filastrocca che suona sinistra e sottolinea una deviazione mentale nella sua ripetizione continua e cantilenante.

Lo spettacolo convince per l’originalità del taglio, il continuo cambio di punto di vista e la corporeità dominante, che passa da immagini di danza quasi macabra a scene di forte contatto fisico.
Molto bravi Alessia Brisone e Giancarlo Adorno, padroni di una scena nuda in cui lasciano immaginare un contesto domestico chiuso e paralizzante.


“Ti affetto” ha aperto la stagione di prosa all’interno della rassegna Valdapozzo Spettacolare 2014, che durerà sino al 26 luglio e che annovera appuntamenti di musica e teatro.

Aquiloni - 20 maggio - Teatro Sociale di valenza -recensione

Martedì 20, con Aquiloni di Paolo Poli e un pubblico numeroso e soddisfatto, si è chiusa la riuscita stagione del Teatro Sociale di Valenza di cui pubblicizzeremo gli imminenti appuntamenti fuori cartellone.

La recensione su teatro.it

La recensione di Nicoletta Cavanna

La leggerezza dell'eterno poetico
L’aquilone con “le bianche ali sospese” è la lirica che apre “Aquiloni”, spettacolo poetico e  musicale dosato da un‘ironia originale e vivificante.
Pascoli è recitato da Paolo Poli e da altri quattro bravissimi protagonisti (Fabrizio Casagrande, Daniele Corsetti, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco) con scioltezza e un ritmo serratissimo, senza un attimo di tregua né di esitazione. E’ il poeta delle Myricae , ma è anche altro.  Alla semantica del testo è sovrapposto un senso di straniamento dovuto al tono e ad un’ interpretazione unica e vagamente surreale. Così “Alba”,  “Il gelsomino notturno”, “Aquiloni, “Oh Valentino”diventano  una celebrazione della lingua, perdono la tragicità della morte innata nella contemplazione della natura e risuonano nella loro perfetta sonorità, incastrata nella metrica classica.
La recitazione alternata di Poli e dei suoi boys  è trasfigurante e riesce, con  tono lieve e ironico, a ridonare ai versi di Pascoli il potenziale innovativo che avevano nel contesto di un’epoca di poesia aulica e solenne. Dominano le sottigliezze linguistiche come le allitterazioni sottolineate in “Novembre” o il gergo italo-americano nel poemetto “Italy”. Nel virtuosismo verbale sono sottolineati i giochi onomatopeici e i suoni ispirati ai versi degli animali.
Un Pascoli immerso in un contesto da belle époque, laddove i vestiti sono sontuosi e le musiche ripercorrono atmosfere lussuose ma anche momenti storici. “L’inno dei malfattori” e “Addio Lugano bella” riportano alla giovinezza anarchico-socialista del poeta e  “Tripoli bel suol d’amore” rammenta il suo discorso interventista sulla guerra di Libia (giustificato, secondo Poli in un’intervista, solo dalla tarda età del relatore).
Uno spettacolo ricco e denso, che richiede attenzione e che riesce a rendere interessante e sfaccettata una poetica che ha segnato un nuovo corso nella letteratura, volgendosi alle “umili cose” e caricandole di simbolismi eterni.
Su tutto le scenografie, costituite da teloni intercambiabili dipinti per lo più da Luzzati, rappresentanti paesaggi agresti o vie di paese. Tra essi alcuni riproducono tele di importanti artisti come il Doganiere Rousseau con una splendida giungla.
Splendidi i costumi (di Santuzza Calì) che Poli e gli attori-cantanti-ballerini che lo attorniano cambiano in continuazione, passando da un contesto messicano ad uno agreste-bucolico, alle maschere veneziane raffinatissime che si ispirano alle immagini del fondale abbinato di Luzzati.

Due i bis, uno manzoniano e uno musicale con sbarluccicanti abiti da stelline per una serata meritatamente apprezzata dal pubblico in sala.
Visto il 20/05/2014 a Valenza (AL) Teatro: Sociale

RECENSIONE DEL FILM "IL MISTERO DI DANTE" DI LOUIS NERO - DAI NOSTRI INVIATI ROBERTO E GIULIA

film proiettato il 14/05/14 alla Multisala Kristalli di Alessandria

Roberto: 
"Il vero mistero non è a che ordine appartenesse, ma quale messaggio volesse diffondere attraverso il quarto livello di lettura della sua opera. Prima della proiezione il regista Louis Nero ha saputo spiegare con parole semplici come da Omero ai supereroi moderni o perché no nei film western, ci venga proposto "il viaggio dell'eroe". Nient'altro che il percorso di vita di ognuno di noi verso la conoscenza, quindi un'approfondimento verso noi stessi attraverso l'approfondimento della vita di Dante Alighieri. Credo sia sempre interessante mettere in discussione il proprio livello di credenze poiché è attraverso l'analisi delle infinite verità che si può arrivare alla propria verità! Grazie dunque a Ale Blogal e a Giulia"

Giulia:
"Il mistero di Dante dice tutto e il contrario di tutto, quindi dice la verità, quella che non si può dire perché è la verità che ognuno porta dentro di sé, sempre diversa non solo da individuo a individuo, ma nell'individuo stesso nei continui cambiamenti che esso vive. È un mistero come dall'antichità siano arrivate voci e poi voci e poi voci, che qualcuno sia stato in grado di ascoltare talmente attentamente da scrivere qualcosa come la Divina Commedia. Queste voci misteriosamente furono una sola voce: la sua. Quella che aveva già dentro di sé. Quella che ognuno di noi ha dentro, ma che il frastuono del mondo ci impedisce di ascoltare. Ma se facciamo attenzione, talvolta, dentro il frastuono c'è anche il silenzio e c'è anche Omero e Virgilio e Dante e ci siamo anche noi. Basta sapere ascoltare. La via non la si può indicare. La mia è stata quella di soffrire talmente tanto di questo frastuono da volerlo zittire. 
Silenzio.
Poi ho ricominciato a sentire."

Scintille - 10 maggio - Valenza - Recensione

Sabato 10 maggio, al Teatro Sociale di Valenza, Laura Curino ha interpretato "Scintille", spettacolo scritto e diretto da Laura Sicignano che narra della tragedia della fabbrica tessile di New York nella quale , nel 1911, perirono 146 operaie.
 La stagione al Teatro Sociale di Valenza vedrà in scena martedì 20 maggio Paolo Poli con "Aquiloni", libera interpretazione irriverente e trasfigurante dei versi di Pascoli.

recensione di "Scintille" su teatro.it
http://www.teatro.it/spettacoli/sociale/scintille_1745_23307

La recensione di Nicoletta Cavanna

Scintille: dramma ed epopea del lavoro
“New York, 25 marzo 1911, una grandine di lucide scintille”
La tragica morte nell’incendio nella Twc, dove lavoravano 600 giovani donne maltrattate e sfruttate, è il tema di “Scintille”.


Laura Curino racconta, nelle vesti di Caterina, immigrata madre di due giovani, Lucia e Rosa, un’epopea di emigrazione, di miseria e di lavoro faticoso e mal pagato in fabbrica.  La narrazione è postuma agli avvenimenti e si intervalla al piano temporale dei fatti stessi con i personaggi della vicenda, che prendono vita con la voce della protagonista che si modula in tonalità diverse. Caterina ha una voce matura e scura, Lucia, speranzosa in un futuro diverso e fiduciosa nell’opera del sindacato, parla con un tono limpido e ardente, Rosa, poco più che bambina, timida e insicura, ha un timbro rassegnato e privo di slanci.I tre personaggi rappresentano i diversi atteggiamenti delle donne sfruttate: l’incapacità di capire a causa dell’abitudine al sopruso e la coscienza che man mano prende piede.
La fabbrica è rievocata con macchine da cucire, tre tavoli da lavoro ricoperti da stoffa, da attrezzi da cucito e sormontati da tre intelaiature cui appendere le camicie. Le stesse intelaiature diventano, nel momento dell’incendio, le finestre dalle quali tante ragazze si butteranno dall’ottavo piano e si schianteranno al suolo, strappando i teli inutilmente stesi dai vigili del fuoco ("...un tonfo, un morto...").
La tragedia scoppia a causa del fuoco scaturito dalla scintilla di una lampada a gas, i 18 minuti di agonia durante i quali moriranno 146 operaie, sono narrati sempre a tre voci con l’alternanza ricordo - momento presente e la drammaticità è pulsante, viva e dolorosa. Gli attimi dell’incendio hanno un respiro epico, il sacrificio è preannunciato da denunce del sindacato e da proteste soffocate in un clima di terrore e di licenziamenti, in una fabbrica in cui le porte vengono chiuse dall’esterno per impedire l’uscita prima della fine del turno.

Caterina sopravvive alle sue figlie e ritorna a lavorare in fabbrica, dopo un risibile rimborso per danni e l’assoluzione dei proprietari della Twc. Non esiste giustizia, se non postuma, nel ricordo e nel processo, iniziato proprio dopo quel tragico 1911, di miglioramento delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro.

Uno spettacolo estremamente intenso e coinvolgente, interpretato dalla bravissima Laura Curino che accompagna lo spettatore in una realtà remota di fatica e di difficile integrazione in un’America che offriva agli emigranti il suo lato più crudele. La regia di Laura Sicignano è efficace e mette in luce l'aspetto tutto femminile della vicenda e la difficoltà particolare delle donne, segnate da un passato di obbedienza e docilità forzata, a comprendere, prima ancora che a rifiutare, i soprusi subiti.
Visto il 10/05/2014 a Valenza (AL) Teatro: Sociale
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Pupeide - 3/05 - Alessandria - recensione

Sabato 3 maggio si è conclusa la rassegna MARTE al teatro San Francesco di Alessandria con Pupeide, portato in scena dalla compagnia La Barca dei Soli.  MARTE, organizzata dalla compagnia teatrale Stregatti, ha presentato sei spettacoli di alta qualità, innovativi e accomunati dalla sperimentazione e dalla contaminazione tra arti diverse. Pupeide termina la stagione riassumendo in sé la compenetrazione tra recitazione, proiezione video, poesia e musica in una sincretizzazione perfetta.

Su teatro.org la recensione 

La recensione di Nicoletta Cavanna

Pupeide: un dramma sublime
Pupeide, spettacolo scritto da Francesca Puopolo e da lei interpretato con Claudio del Toro, narra di un fatto di cronaca avvenuto nel 1979 a Torino: l'omicidio di Bruno Russo, proprietario di una boutique di bambole, che la sera si trasforma in Bettina, l'identità che più sente sua.

Il negozio è rappresentato con oggetti raffinati, in particolare abiti scelti con minuzia filologica e appartenenti all'epoca. La scenografia e le proiezioni video, che compenetrano e completano la scena, sono frutto di una ricerca sulla moda e sui tessuti di quegli anni, parte integrante del lavoro del protagonista, artigiano di talento, capace di dare vita a bambole uniche ed elegantissime.

Claudio del Toro interpreta Bruno, un giovane siciliano trapiantato in una Torino dove la liberazione sessuale si affianca ad un forte odio nei confronti dell'omosessualità e dove la mentalità corrente porta ad un rifiuto dell'immigrazione dal sud. E' l'epoca dei cartelli che dichiarano l'indisponibilità all'affitto ai meridionali e Bruno, con fatica, si guadagna un posto nella società grazie al suo talento e alla sua arte creativa.

La sua ricerca di appagamento sentimentale passa attraverso rapporti prezzolati, nel tentativo commovente di trovare l'amore e la continuità rappresentata da un uomo cui preparare il caffè al mattino. Tutto ciò è da lui raccontato a Pupé, bambola interpretata da Francesca Puopolo, che, con il viso di porcellana e le movenze rigide da essere inanimato, esprime l'anelito del cuore di Bruno attraverso i versi poetici di Sandro Penna. "Gli esseri umani credono che l'amore sia pericoloso perché li obbliga alla verità": Bruno rivela la sua verità, che non è altro che il bisogno di amore corrisposto che si cerca in un volto e che si intravede anche nelle persone più sbagliate, per una pura, intima necessità che porta all'errore (il "soffio di agitazione" di Proust). Non troverà la felicità dell'innamoramento, ma morirà ucciso da un amante a pagamento e dal suo complice, avidi di denaro.
Tutta la vicenda di Bruno/Bettina è scandita dal dialogo del protagonista con Pupé, espressione lirica del suo ego, e dai video che ne rivelano aspetti della vita e dell'animo. Il suo talento creativo è esaltato dalle proiezioni di pizzi, composizioni caleidoscopiche al centro delle quali c'è lo stesso Bruno, compenetrato dalle immagini in movimento. Così il momento della sera in discoteca è creato dal video d'epoca di Claudia Barry che dà il titolo (Boogie woogie) allo spettacolo. L'omicidio è rappresentato con la sovrapposizione della figura reale del protagonista a due ombre rozze e scimmiesche sullo schermo. Una soluzione che esalta la dicotomia tra ricerca di ciò che sublima la vita e ciò che la degrada e la spezza. L'amore obbliga alla verità e la finzione decade e uccide chi, illudendosi, si fa vittima.

Uno spettacolo lirico, che tratta con estrema delicatezza un tema che, all'epoca, fu descritto in modo scandalistico dalla stampa. Molto convincente e mai macchiettistica l'interpretazione di Claudio del Toro e ipnotizzante la recitazione poetica di Francesca Puopolo, che pare una creatura fatata capace di cogliere l'essenza dei sentimenti più puri. Le musiche di Alfredo Cohen si fondono a un dramma che rivive, commuove e appare sublime.

Visto il 03/05/2014 a Alessandria (Al) Teatro: San Francesco

"Una Specie di Alaska" - 11/04 - Teatro Sociale di Valenza - Recensione

Una specie di Alaska è un atto unico di Harold Pinter ispirato ad un episodio del libro “Risvegli” del neuropsichiatra Oliver Saks , che ebbe in cura pazienti affetti da encefalite letargica, risvegliati solo alla scoperta di un farmaco a base di dopamina.

Deborah si risveglia dopo 29 anni di sonno forzato, con il corpo di una donna adulta e i ricordi di un’adolescente, desiderosa di incontrare il fidanzato,  di scherzare con le due sorelle e di essere protetta e amata dai genitori.
Sulla scena la camera di un ospedale e il medico (Nicola Pannelli)  che ha curato la donna per tutto il periodo della degenza. Il loro dialogo, difficile e a tratti stringato, riporta l’adolescente incredula ad una realtà che non può essere né emotivamente né razionalmente accettata.
Sara Bertelà è una ragazzina nel corpo di una donna e la sua inconsapevolezza si fa parola e riso adolescenziale. Parla di sé come una giovane appena affacciatasi alla vita con la certezza immortale di chi sa di avere ancora tutte le scelte davanti e la sua voce è quella di una sedicenne allegra che si definisce “ridolina”. La presa di coscienza è lenta e non graduale; ciò che Deborah scopre viene da lei subito dopo rinnegato, in quanto apparentemente impossibile, come la presenza della sorella Pauline (Orietta Notari), ormai adulta e irriconoscibile.

I dialoghi tra i personaggi sono misurati, mai eccessivi nella drammatizzazione e proprio nella contenutezza sta la tragedia umana dell’esistenza perduta. Le poche nozioni tra verità e bugia fornite a Deborah dal medico e dalla sorella sono un passaggio traumatico tra il mondo non cosciente del sonno, un’Alaska dal paesaggio sempre identico e dall’orizzonte infinito, ad una realtà diventata estranea e irrecuperabile.
La regia di Valerio Binasco concentra tutta l’attenzione sulla bravura degli attori, sulla loro capacità di esprimere non gridando e di alimentare, con la loro credibilità, la tensione emotiva in un contesto scarno e statico. La sensazione del trascorrere del tempo è data dal rumore di una goccia che cade continua, una condanna cui è impossibile sottrarsi, come è impossibile recuperare ciò che non si è vissuto.


Un’ottima interpretazione che mette lo spettatore di fronte ad un risveglio che si dipana come un incubo i cui particolari diventano sempre più agghiaccianti, sino ad indurre a preferire l’inconsapevolezza dello stato di incoscienza al ritorno ad una vita irriconoscibile. 
Nicoletta Cavanna


"Alcesti o la recita dell'esilio" - sabato 5 aprile - Casale M. - recensione

Sabato 5 aprile, all'Auditorium Santa Chiara di Casale Monferrato, nell'ambito della rassegna teatrale I Crepuscoli, organizzata da Nuovo Palcoscenico, la compagnia la Betulla di Nave ha messo in scena "Alcesti o la recita dell'esilio", di Giovanni Raboni, un testo fortemente simbolico in cui il mito si mescola alla realtà.
Domenica 6 aprile alle ore 16 la replica.

Su teatro.org la recensione  http://www.teatro.org/spettacoli/auditorium_santa_chiara/alcesti_4608_27623#recens

La recensione di Nicoletta Cavanna

L'Alcesti di Raboni tra mito e contemporaneità

"Alcesti o la recita dell'esilio" è un testo in versi liberi fortemente simbolico di Giovanni Raboni. In esso si sincretizzano il mito eterno della donna che si sacrifica per il proprio uomo, i versi di Euripide, la contemporaneità imprecisa di un regime dittatoriale che sopprime i dissidenti e la lotta tra vita e amore.

Sara- Alcesti (Ester Liberini), il marito Stefano-Admeto (Andrea Albertini) e il padre di lui Simone-Ferete (Bruno Frusca) aspettano, in un teatro, di essere trasportati ad una nave che li porterà dall'inferno di un paese dittatoriale al limbo della democrazia. Solo due di loro potranno partire e le discussioni circa la scelta della vittima sacrificale metteranno a nudo le tensioni già esistenti nel loro rapporto e la grettezza che anima padre e figlio.
Sara-Alcesti, ex attrice che ricorda di aver recitato nello stesso teatro nella parte dell'ancella di Alcesti, prende coscienza del suo ruolo salvifico e rinnega ogni egoismo individualistico, abbracciando la via del sacrificio e lasciando alla loro pochezza i due uomini, che tanto si sono adoperati per sopravvivere.
Ai dialoghi serrati, che svelano incomprensioni latenti, si intrecciano parti della tragedia euripidea, recitate da Sara, illuminata dal ricordo del suo amore per il teatro. Proprio il teatro è il luogo dove tutto si svolge e dove tutto prende una forma eterna e simbolica. Il contesto claustrofobico, dove i dialoghi prendono il sopravvento sui gesti e sul momento storico, diventa un qui ed ora perenne, dove i significati passano dal mito alla contemporaneità per ritornare poesia e teatro nel teatro.
Il custode- accompagnatore (Silvio Lazzaroni), annuncia la scomparsa nella nebbia di Sara e la presenza di una terza viaggiatrice velata, che, come Alcesti ritornata dall'Ade, non potrà parlare per tutto il viaggio. Un finale non tragico, come nell'Alcesti di Euripide, anche nel testo di Raboni, seppur con un'inquietudine che non dissipa la bassezza morale dei due protagonisti.

Ottima l'interpretazione di Bruno Frusca (anche regista), un Simone- Ferete che passa da toni comprensivi e gioviali a momenti di totale affinità elettiva, al limite dell'incesto, con la nuora, all'egoismo più gretto della conservazione di sé a discapito anche del proprio figlio. Intorno a lui ruotano gli altri protagonisti, che risultano meno incisivi, i cui ruoli sono definiti e prevedibili sin dall'inizio.
Bella la scenografia che ricrea, con colonne, bassorilievi e bauli, sia le quinte di un teatro, sia un'antichità atavica che traspare in ogni momento del dramma. Un testo fortemente stratificato nei significati e prezioso nella forma, una scelta difficile e riuscita.
Visto il 05/04/2014 a Casale Monferrato (AL) Teatro: Auditorium Santa Chiara

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I love Shakespeare - 28 marzo - Alessandria - recensione

Il 28 marzo la compagnia dei Giovani Stregatti, con la regia di Gialuca Ghnò e Giusy Barone (anche tra gli interpreti), ha presentato I love Shakespeare, quarto e ultimo spettacolo della riuscita rassegna M.AR.T.(E). al Teatro San Francesco di Alessandria. I prossimi due spettacoli fuori cartellone saranno l'11/04/2014 RISATE in 3D presentato da A.s.d. e di Promozione Sociale NuoveForme e il 03/05/2014 "PUPEIDE" della Compagnia Teatrale la Barca dei Soli.

da teatro.org la recensione di I love Shakespeare

La recensione di Nicoletta Cavanna

Shakespeare alla luce del sangue
Le opere di Shakespeare alla luce degli elementi immortali che le rendono ancora oggi attuali ed emozionanti: "sangue , amore e retorica", nulla di meno e soprattutto nulla senza il sangue, caratteristica immancabile che accompagna la passione. Il sangue è dramma e dolore, ma anche necessario epilogo di amori tormentati e di brama di potere, è liquido vitale e mortifero, finzione scenica e verità.
Giovani Stregatti, nati e formati dai corsi di formazione teatrale della compagnia "Stregatti", mettono in scena "I love Shakespeare", rielaborazione di uno spettacolo di fine corso, imperniato sull'intuizione di rappresentare le opere del drammaturgo in un contesto di attori bramosi di esiti tragici, guidati da un capocomico psicotico e sanguinario.
Simone Mussi, la cui presenza scenica è straordinariamente carismatica, interpreta il capocomico sadico e pronto ad uccidere i suoi attori non sufficientemente crudeli. Il suo personaggio è centrale nello svolgimento dello spettacolo e nell'introduzione di tutti i momenti tratti dalle più importanti tragedie e dalla commedia "La bisbetica domata". Il ritmo da lui impresso è rapido e caratterizzato da un'atmosfera ironico-macabra paradossale, paragonabile ad un film di Tarantino. Si susseguono, collegati in un contesto truculento e surreale, brani di "Romeo e Giulietta", de "Il mercante di Venezia" , "Otello", "Macbeth", "Amleto", recitati sempre in modo corale con una grande attenzione alla fisicità che supplisce all'esiguità di elementi scenografici. Splendida la versione delle streghe di Machbet di Marta Marsaglia, Greta Pavese e Giusy Barone, che creano, con i movimenti, un calderone venefico che sembra apparire dalle loro braccia. Simone Guarino passa dall'essere l'esilarante vittima sacrificale del sadismo del capocomico all'interpretazione toccante e tragica di Romeo e poi di Macbeth con una bravura e una facilità che stupiscono.
La regia di Gianluca Ghnò e Giusy Barone è moderna, surreale e capace di fondere elementi ilari e cruenti in un insieme coerente e nuovo, tale da proporre dei testi sublimi in una cornice che li vivifica e valorizza.
Tra le molte reinterpretazioni Shakespeariane, I love Shakespeare spicca per la fedeltà all'originale incastonato in un contesto ironicamente attuale, laddove il gusto per il noir e l'eccesso sdrammatizzano per rituffare nella primitiva tragicità. Belli i passaggi di registro e bravi gli attori.
Visto il 28/03/2014 a Alessandria (AL) Teatro: San Francesco
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SPARTITI - Max Collini e Jukka Reverberi @Ristorazione Sociale Alessandria - Recensione di Massimo Leitempergher


di Massimo Leitempergher 22/3/14
(http://nonhodormitomai.myblog.it/)

Siam partiti per vedere gli Spartiti.
Martina è scatenata, gira per i tavoli saltellando, si butta sotto e mi prende le mani, cerco di afferrare il suo dito in un gioco di tira e molla, dice "certo" con una faccina seria seria mentre nel tavolo dietro un signore in nero che sembra non vederci chiaro sta curvo sul borderaux della SIAE a compilare righe indispensabili, facile riconoscere Max. Jukka arriva con un piatto di biscotti, i due si guardano, sembrano titubanti ma il pimo morso toglie ogni dubbio.
Inizia così la serata di ''Spartiti'', reading musicale del duo Reverberi-Collini, ambientazione socialfantastica nella serra degli orti della ristorazione sociale di Alessandria.
Mentre sto fuori sotto il portico a respirare l' aria fredda impastata dall'immancabile  pioggia alessandrina, aspetto i compagni di questa serata e leggo il regolamento per l'assegnazione e la gestione degli orti.
Penso che farebbe sorridere anche te caro Collini questa socialdemocrazia contadina-cittadina e badate bene che ho scritto sorridere e non ridere.
La serra illuminata dalla luce soffusa di candele e piccole lampade fa presagire calore ma il vento fa il suo giro e mi siedo ben contento di tenermi addosso la mia giacca.
A scaldarmi subito ci pensano i due sul palco con un quartetto iniziale di canzoni (Paolo Nori, Gianluca Morozzi, Pier Vittorio Tondelli e lo stesso Collini) che tocca il culmine nelle disperate bestemmie del tossico libertino, roba forte per stomaci saldi e nella rievocazione huligana dangeraux alluvionale alessandrina del Gianluca bolognese.
Oh, intendiamoci subito, boia faus....scusa....saranno le reminiscenze tondellliane....Collini canta come lui sa fare e Reverberi suona come lui sa suonare quindi il pignolo di turno che obietta che vengono letti dei brani letterari su tappeti musicali può chiudersi in bagno a farsi le pugnette.....scusa ancora, sai Tondelli è difficile da abbandonare così in fretta.
Lo spettacolo fila via liscio tra ironie sottili e pioggia sempre piu' grossa, quasi a coprire il concerto mentre i testi di Collini (Borghesia e Il treno delle vanità) fanno bene al cuore perchè lo fanno sorridere e lo accarezzano con mani esperte e gentili.
Poi quello che sembra un fuori programma (ho detto sembra) con protagonista il racconto di Matteo Bianchi fornisce la carica musicale giusta per avviarsi verso il finale che attendo trepidante.
Lo so, penso, ho fatto una cazzata a guardare quel video sul tubo prima e rovinarmi così la sorpresa finale di sentire "Qualcosa sulla vita", omaggio tenero, rispettoso e potentissimo ai Massimo Volume, allora nel disperato tentativo di rimediare chiudo gli occhi e mi faccio investire dal crescendo musicale di Jukka che mi trascina nel vortice di emozioni dove non si può controllare niente e lascio scorrere le lacrime che inesorabilmente lente scendono sulla faccia fredda.
Le luci si accendono, il pubblico applaude e io non voglio che tutto finisca, ma così è la vita, le cose belle durano poco ma le riconosci dell'intensità. 
Grazie. 
    

P.S.: uno....dedicato alle due mie vicine di sedia, se non riuscite a staccarvi da faccia di libro nemmeno per un concerto e dovete consultare il vostro ipad ogni cinque minuti la prossima volta state a casa (detto con accento reggiano), due....saluti a entrambe le Monica, quella che c'era e quella che avrebbe voluto esserci, tre....martedì gli Afterhours vestiti da donna sul palco del Teatro della Concordia a Venaria e sabato Spartiti, ah beh si beh che bella settimana, quattro.....l'abbraccio di Collini me lo porto con me per tutto il resto della serata, tenuto stretto come il vinile acquistato a fine concerto.

"Sepolti vivi- memorie dalla miniera" - sabato 22 e domenica 23 marzo - Casale Monferrato - recensione

Sabato 22 marzo all'Auditorium Santa Chiara, nell'ambito della rassegna teatrale I Crepuscoli, la Compagnia degli evasi di Castelnuovo Magra ha presentato "Sepolti vivi - memorie dalla miniera", liberamente ispirato a "Le miniere di lignite della piana di Luni" di Giuseppe Passarino. Un tema non semplice e ben documentato svolto in chiave appassionante e accorata. Lo spettacolo sarà replicato domenica 23 marzo alle ore 16.

La recensione su teatro.org al seguente link:
http://www.teatro.org/spettacoli/auditorium_santa_chiara/sepolti_vivi_4608_9609#recens

da teatro.org:

La recensione di Nicoletta Cavanna

Una storia di lavoro, fatica e dignità
Sepolti vivi è una storia vera, che abbraccia un periodo che va dal '36 al '53, nella Piana di Luni, zona di estrazione della lignite, un carbone di seconda qualità.

La miniera è la vita per gli abitanti della zona ed è una condanna al lavoro estenuante, condotto senza alcuna tutela per la salute e l'incolumità. Gli incidenti e le esplosioni sono la regola in un contesto laddove l'ottica è solo quella del profitto e dove il consolidamento delle gallerie viene considerato una perdita di tempo e denaro.

Il regista Luca Bettocchi sceglie di mettere in scena una storia che attraversa un lasso di tempo lungo e storicamente omplesso con un narratore (Francesco Petacco), che collega i fatti al filo del tempo e delle vicende storiche. Marco Balmaed Elena Mele sono Renzo e Angela, un minatore e sua moglie, una famiglia che vive in modo indiretto decisioni economiche prese altrove e che tenta di vivere poveramente, ma mantenendo la dignità di chi si comporta con onestà. Sono persone realmente esistite, la loro è una storia intima che assume il respiro dell'epopea, perché Renzo è stato uno dei minatori "sepolti vivi" , che hanno resistito chiusi in miniera a lavorare incessantemente per 18 giorni nella protesta del '53, per tentare di scongiurare la chiusura della miniera da poco data finalmente loro in gestione.
Il ritmo dello spettacolo è scandito dal narratore, che inquadra i fatti e le scene che si susseguono, partecipando ai dialoghi e cambiando ruolo per interpretare ora un minatore, ora l'ingegnere minerario al fianco dei lavoratori in lotta. Tre interpreti per una vicenda corale dagli accenti eroici. La dignità e la lotta in nome dell'amore per le proprie famiglie si riassume nelle lettere scambiate da Renzo e Angela durante i giorni di reclusione nelle viscere della terra. Sono lettere semplici, lette all'unisono e, a tratti, in modo alternato da entrambi, ad indicare l'unione delle loro anime e la comune forte convinzione dell'onestà delle loro azioni.

L'epilogo riassume il motivo per cui gli Evasi hanno scelto di mettere in scena questo episodio di un passato relativamente recente, sebbene già dimenticato: "per non dimenticare la parte nobile dell'esistenza, quella che non muore mai".

Ottima la resa su scena dello svolgersi dei fatti nel passare del tempo e ottima l'interazione dei protagonisti con il narratore, in un continuum che vede il passaggio senza soste dal racconto alla vita, con la sovrapposizione naturale dei due piani. Marco Balma ed Elena Mele sono credibili e semplici, privi di ogni retorica, nell'interpretare la fatica e la nobiltà d'animo che non si consuma neppure nelle condizioni di vita più difficili. Molto bella la scenografia essenziale che permette, in un'unità di tempo e di luogo, lo svolgersi contemporaneo di azioni diverse. La miniera, da un lato, è rappresentata con l'impalcatura di una galleria, mentre, dall'altro lato, un tavolo con due sedie e poco altro sono la casa di Renzo e Angela, luogo di riposo e consolazione. La penombra accompagna i gesti nella miniera, illuminata da una luce rossa durante gli incendi causati dal ristagno del grisou, gas non dissipato a causa della scarsa ventilazione.

Un testo bello e impegnativo che ha il merito di scorrere in modo lieve e di parlare di valori per i quali è giusto combattere in ogni tempo.

Visto il 22/03/2014 a Casale Monferrato (Al) Teatro: Auditorium Santa Chiara
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Voto: Voto del Redattore: Nicoletta Cavanna

Nuda proprietà - 18/03 - Valenza - recensione

“Nuda proprietà” ha aperto martedì 18 marzo la stagione del Teatro Sociale di Valenza, gestito per i prossimi tre anni dalla cooperativa  CMC, guidata dal direttore artistico Roberto Tarasco. Proprio quest’ultimo ha presentato il primo spettacolo, in un teatro pieno che ben lascia presagire circa il prosieguo della stagione, citando la bellezza in quanto petrolio italiano. Il teatro di Valenza apre e questa apertura equivale all’estrazione di petrolio, cioè della nostra ricchezza.

L’età anagrafica, le ansie legate alla condizione economica e alla condizione mortale che appare sempre più evidente, ma anche “la gioventù dell’anima che sostiene le forme tardive di innamoramento”.

Iris (Lella Costa) è una donna di età avanzata lucida, ironica e dalla vitalità straordinaria. Affitta una stanza della sua casa a Carlo, uno psicoanalista (Paolo Calabresi),  e, al contempo, vende la nuda proprietà della casa ad un acquirente (Marco Palvetti), garantendosene l’usufrutto per il resto della vita e fingendo una salute minata al fine di concludere l’affare. Il rapporto tra lei e lo psicoanalista è improntato all’ironia e al dialogo disincantato di due persone che non vogliono né illudersi né dissimulare e che , nella reciproca compagnia, trovano un piacere irrinunciabile.

Lella Costa è eclettica nel recitare la parte della vecchina malata, nel confessare le sue ansie di mortalità a Carlo e nel condire tutti i moti del suo animo con la lucida capacità di prendersi in giro. La sua recitazione torrenziale e coinvolgente  ricorda i suoi tanti affascinanti monologhi . Paolo Calabresi colora il suo personaggio di una causticità che strappa più volte la risata. Il suo eloquio è tanto misurato e mirato, quanto è loquace Iris, controparte che si delinea sempre più come compagna ideale.
Un rapporto che nasce dall’incredulità di poter scoprire ancora qualcosa di nuovo e che rifugge dagli abusati cliché di amor senile o di tenerezza leziosa. I protagonisti sono  brillanti, coscienti e logici. La loro intesa è basata sul fascino dell’intelletto e sul riconoscimento del sentimento profondo. Il senso di mortalità sarà accresciuto dalla rivelazione della malattia di Carlo e dalla necessità di non pretendere un domani o delle certezze: la consapevolezza dell’oggi è la vera ricchezza da sfruttare.

Il testo tratta temi profondi della vita in qualunque età in modo leggero e divertente, passa da momenti ilari, nei dialoghi dei due protagonisti e in quelli dove appaiono l’equivoco acquirente della casa e la nipote futile e spassosa di Iris (Claudia Gusmano), ad altri di riflessione sulla malattia e sul caso che domina l’esistenza.

Brillante la regia di Emanuela Giordano che traduce in modo lieve e godibile il libro di Lidia Ravera e bravi gli attori. Semplice la scenografia grigia che rappresenta un appartamento spoglio e privo di ogni abbellimento, in contrasto con l’energia vitale della bravissima Lella Costa.


Una bella commedia che rifugge dagli stereotipi. 

Level up - 7/03 - Alessandria- Recensione

Venerdì 7 marzo al Teatro San Francesco di Alessandria, nell'ambito della rassegna M.AR.T.(E), organizzata dalla compagnia Stregatti, l'Associazione Culturale Mulino ad Arte ha messo in scena "Level up", una commedia incentrata sul tema della dipendenza da internet e dai giochi virtuali.
Mulino ad Arte è una compagnia di giovani e talentosi attori di Torino, che spaziano da temi attuali trattati in modo brillante, come nel caso di "Level up", a prove intense e drammatiche come "Due fratelli" di Fausto Paravidino.
La rassegna M.AR.T.(E). si propone, tra gli altri, anche lo scopo ambizioso di portare in Alessandria compagnie giovani e meritevoli in un cartellone ricco, che, nella nostra città, è una salutare iniezione di bellezza.
Il prossimo spettacolo sarà, venerdì 28 marzo, "I love Shakespeare" dei "Giovani Stregatti", una tragedia/commedia che destruttura e ripropone in chiave sorprendente le opere di Shakespeare.

La recensione di "Level up" su teatro.org.
http://www.teatro.org/spettacoli/recensioni/level_up_24326

Blues - 1 e 2 marzo - Casale Monferrato - Recensione

Sabato 1 marzo presso l'Auditorium Santa Chiara di Casale Monferrato, nell'ambito della rassegna "I Crepuscoli", la compagnia teatrale Nuovo Palcoscenico ha presentato "Blues", tre atti unici di Tennessee Williams per la regia di Chiara Angelini.  Ne "la lunga permanenza interrotta", "ritratto di madonna" e "La camera buia" trapelano sofferenza, disagio e male di vivere, tematiche comuni a tutta l'opera dell'autore (famoso per i film tratti dalle sue pièces, come "La gatta sul tetto che scotta" o "Un tram chiamato desiderio") e sottese nella musica blues, originaria del sud, terra della sua infanzia.
Nuovo palcoscenico è la compagnia organizzatrice della rassegna e, con Blues, ha contribuito ad un cartellone che finora ha presentato spettacoli scelti e di ottima qualità.
La replica oggi 2 marzo alle ore 16.
La recensione su teatro.org
http://www.teatro.org/spettacoli/recensioni/blues_28696

Zuppa di latte - 22/02 Costigliole d'Asti - recensione

Al Teatro di Costigliole d’Asti è andato in scena sabato 22 febbraio il terzo appuntamento della Mezza Stagione teatrale, organizzata dalla compagnia Teatro degli Acerbi: “Zuppa di latte -(supa 'd lait) aspetand Carlin”, tratto dall’omonimo libro di Carlo Petrini e presentato proprio dagli Acerbi. Molti gli spunti dello spettacolo che rimanda alla missione di Slow Food, di cui l’autore del libro è il fondatore. Da uno spaccato di provincia di un tempo relativamente recente che appare lontanissimo, si approda ad un presente laddove le diversità e le tradizioni sono fagocitate dalla globalizzazione che tutto invade.
Su teatro.org la recensione
La stagione teatrale a Costigliole prevede anche un dopo spettacolo alla cantina dei vini con intrattenimento musicale a cura delle associazioni Symphòniam e Costigliole Cultura, oltre alla degustazione dei prodotti tipici offerti da produttori locali a cura della Condotta Slow Food Monferrato Astigiano e Colline Alfieri.

Teatro completamente esaurito nella serata di sabato per una Mezza Stagione partita nella seconda parte dell’anno e molto attesa da un pubblico affezionato e sempre più numeroso.

Il prossimo spettacolo sarà, sabato 8 marzo, “Non ti pago” di Eduardo De Filippo , presentato dalla Compagnia Teatrale Masaniello.

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