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Bangladesh e India all'UNI3 con Enrico Bo

A tutti gli amici interessati di Alessandria e dintorni, oggi 17 febbraio, alle ore 15:30, alla Sala Ambra del Dopolavoro Ferroviario , via Brigata Ravenna - Alessandria

Nell'ambito delle conferenze di geografia dell'UNI3 di Alessandria, Enrico Bo, racconterà esperienze ed aspetti di Bangladesh e India centrale, tribù, natura, arte, religioni.

Siete tutti caldamente invitati


Conferenza sull'Etiopia

A tutti gli amici alessandrini, un cordiale invito a partecipare alla mia conferenza che si terrà oggi pomeriggio 21 marzo, alle ore 15:00, presso la sala conferenza dell'ISRAL, via Guasco 49 Alessandria, sul tema:

Etiopia, dalla Valle dell'Omo alla Dancalia

nell'ambito delle conferenze organizzate in collaborazione con l'Associazione Italiana Insegnanti di Geografia.

Nell'occasione si farà cenno anche all'uscita del mio libro-guida Etiopia, le origini della specie.


Grazie a tutti gli amici che vorranno partecipare

Madagascar all'UNI3

A tutti gli amici della zona di Alessandria un caldo invito a partecipare alla conferenza che terrò domani Giovedì 21 dicembre 2017 alle ore 15:30 alla Sala Cinema Ambra del D.L.F (Dopolavoro ferrovieri), Via Brigata Ravenna 8, Alessandria sul tema:



MADAGASCAR 
L'isola rossa


Durante la chiacchierata presenterò anche il mio ultimo libro il decimo dellaserie : S-guide di viaggio.





Chi, non potendo partecipare fosse interessato al libro, lo può trovare cliccando qui:

http://www.lulu.com/shop/enrico-bo/madagascar-terre-rosse/paperback/product-23211165.html

Vi aspetto numerosi.

E vai con la festa!

Il ponte Meier - Alessandria - ottobre 2016

Ormai è fatta, ieri sera con Bregovic in gran forma abbiamo mangiato la pasta e fagioli di Rovida & Signorelli e la polenta di Marengo di Meardi con due Meardini (con la e mi raccomando) eppure il nuovo ponte non è stato ancora aperto e la polemica infuria, valanghe di commenti velenosi e malevoli su fb, gente che addirittura dice che una roba così la Calvo non l'avrebbe voluta, quando è stata proprio sua l'idea iniziale, altri santificano l'abbattitore del vecchio e demonizzano il nuovo, altri ancora non sapendo a che cosa appigliarsi per dirne male si attaccano a fantomatiche spese di manutenzione. Schizzi di veleno ammorbano l'aria dappertutto, da chi è contro a prescindere a chi spera di sostituire l'attuale giunta al più presto, da chi gli dà fastidio anche solo il rumore della festa, chiuso nella sua aria ammorbata a quelli che sono soltanto delle teste di alessandrini a cui qualunque cosa non va bene.

E' davvero straordinario osservare che zucche ha questa gente (ve bene che siamo in periodo di Halloween) e si può capire bene come una città che negli anni '30 era la quinta di Italia per innovazione e sviluppo industriale sia diventata quello che è oggi. Adesso poi al disfattismo tipico della nostra razza, si aggiunge l'odio politico senza vergogna verso chi governa e che si unisce e gongola con i Notutto e i Benaltristi, enfatizzando qualunque cosa vada o possa andare male. Adesso questo benedetto ponte Meier è fatto e ce lo teniamo, anche questo potrebbe aiutare questa disgraziata città e i suoi malevoli abitanti anche se non se lo meritano molto. Ma godetevi la festa una volta ogni tanto, cercate di apprezzare il mezzo pieno del bicchiere invece di gongolare per il mezzo vuoto, che vi farebbe bene. Guardate che questa accidia fetente vi accorcia la vita e vi fa vivere male anche quella poca che vi resta.


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Umberto Eco, un alessandrino


Voglio anche io partecipare al ricordo del mio grandissimo concittadino che se ne è andato venerdì. Non mi ha stupito che con l'acredine spocchiosa che è propria di noi alessandrini, molti abbiano postato su feisbuc (cosa che gli sarebbe senz'altro piaciuta) una serie di considerazioni velenose che trasudano l'odio nostrano verso chi, tra di noi, andandosene, ha dimostrato le proprie qualità al mondo, apprezzato universalmente, molto meno che a casa. Lui se ne sarebbe assolutamente fregato, è ovvio, considerandola cosa normale, forse ancor più specifica per la nostra città del cui carattere malmostoso aveva abbondantemente raccontato. Ho letto con gusto la Bustina di Minerva: Come prepararsi serenamente alla morte, che compendia bene il suo pensiero sull'argomento e che possiamo considerare appunto serenamente dedicata post mortem a questi signori. Invece io voglio approfittare dell'occasione per ricordare quanto ho già raccontato qui, il 16 maggio 2011, concludendo la storia che allora avevo lasciato in sospeso e che oggi penso di poter ricordare. Dunque in occasione dell'uscita del mio primo libro, la raccolta dei post dei miei primi due anni di blogger Soffia il vento dell'est, scrissi ad Eco questa mail:

Egregio Prof. Eco
Mi permetto di disturbarla in qualità di suo lettore, ammiratore, concittadino e di vecchio studente, come Lei, del Liceo Plana di Alessandria, cosa di cui meno gran vanto tra gli amici. 
Riferendomi ad una Sua intervista da Fazio, se non erro, mi sembra di ricordare che Lei abbia detto che, ricevendo una gran numero di libri assolutamente inutili e non interessanti, sarebbe giusto che chi pretenda di occupare uno spazio nella Sua ben nota biblioteca dovrebbe avere almeno la creanza di pagare una quota a titolo generico di rimborso spese, quantificandolo in 40 Euro circa per un dorso di 3/4 cm. 
Poiché anche io appartengo alla schiera di pubblicatori a proprie spese (genia che Lei ha ben illustrato nel Pendolo) sarei interessato, non certo per ambizione letteraria, dacché non ho l'anello al naso e la frequentazione del Liceo Plana mi ha reso conscio della mia limitatezza (avevo 4 in italiano scritto in terza liceo), ad essere ospitato nei suoi scaffali, anche se dello scantinato. 
Nel caso volesse accettare questa mia richiesta, sarei ben lieto di inviarle, unitamente all'assegno di 40 Euro, il mio libro Soffia il vento dell'Est che nonostante possa sembrare incredibile, ha già venduto 1 (una ) copia nel primo mese di pubblicazione. 
Anche se mi manca ancora un po' per avvicinarmi alle sue normali tirature, ringraziandoLa dell'attenzione, alessandrinamente divoratore di bellecalda, Le porgo i più cordiali saluti.


Il giorno dopo il professore mi rispose, confermando la sua nota vena ironica:


Mi invii pure il suo libro e se mi promette di non farne parola con nessuno, le abbuono i 40 Euro.


Gli ho spedito il libro e credo che adesso io possa rivelare questa mail senza se ne dispiaccia, anche se allora mi aveva chiesto discrezione. Così amo credere che il mio libro, che dopo di allora vendette altre 5 copie, modestamente, sia presente in quella famosa biblioteca, infilato tra qualcuno di quei 50.000 volumi di ben altro spessore. Se come credo, questo monumento rimarrà nel tempo, passerò anche io, irriverentemente, alla storia. Grazie Professore e non si crucci troppo, ma so che non se ne avrà a male, conoscendo i suoi concittadini, se qui non gli dedicheremo né il Liceo in cui abbiamo studiato, né la biblioteca della città, altri nomi più importanti si impongono, capirà, siamo pur sempre Alessandrini. Intanto sono certo che lì dov'è in questo momento, avrà altro da fare che non rammaricarsi per queste piccolezze da cittadina di provincia, sicuramente starà cercando Savino per vedere se è possibile gustare anche lì la sua famosa bellecalda. Io per parte mia, questa sera me la faccio in casa, certo non all'altezza, e la mangerò alla sua salute.


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Mozambico all'UNI3



Cari amici della zona alessandrina, vi ricordo che oggi , nella solita location del Dopolavoro Ferroviario, Sala Ambra, Via Brigata Ravenna - Alessandria, nell'ambito delle lezioni dell'UNI3 - Università delle 3 età di Alessandria, terrò una chiacchierata sul tema Mozambico. Nell'occasione presenterò anche il mio ultimo libro sul Mozambico, una esperienza dello scorso anno che è stata davvero interessante. Grazie fin d'ora a tutti coloro che vorranno intervenire.

Andiamo a correre? di Enrico Bo

Non ci sono foto nel post di oggi  e sono certo che concorderete che sia giusto così. Sembra che l'uomo abbia una mente particolarmente contorta ed efficace quando studia metodi per far del male al suo simile. Ci si mette d'impegno, vuole strafare, anzi il massimo cerca di ottenerlo tentando di rendere il danno il più persistente possibile nel tempo a venire. L'Indocina, nel secolo scorso, è stata un vero banco di prova per dimostrare questo assunto. Qui le soluzioni si sono sprecate, dalle mine sparse a pioggia nei boschi e nelle risaie in modo che per decenni possa bastare un passo per essere dilaniati e lasciare una gamba o le braccia o gli occhi  nel fango, alle cluster bombs, regalini sparsi a impestare vasti territori con boccette di metallo che dopo quaranta anni possano ancora dare efficacemente la morte a chi le raccoglie. Ma c'è stato anche un altro modo, che è andato addirittura al di là delle previsioni, perché il danno si è manifestato nella generazione successiva, senza che neppure questo fosse previsto nell'intenzione primaria. Una delle tecniche di guerra americana, infatti, prevedeva l'uso di defoglianti chimici, il cosiddetto agente orange, un pesticida che eliminava per anni tutta la vegetazione, scoprendo così il terreno dove poter riversare con successo fiumi di napalm per arrostire ogni essere vivente nei paraggi. 

Non si era calcolato che questo pesticida conteneva anche quantità enormi di ogni varietà di diossine, che sono quindi penetrate nei terreni e nelle falde sottostanti, in modo da essere assorbite per anni dagli abitanti di quelle zone, con effetti devastanti sulla generazione successiva, che ha avuto così uno sproporzionato numero di nascite con deformità  genetiche spaventose. Da quelle parti c'è un ufficio della ICS, una Onlus di Alessandria che si occupa, tra le altre cose, di fare dei pozzi nei villaggi, al fine di fornire acqua pulita a queste popolazioni e, data anche la scarsità di fondi a disposizione rivolge questa attenzione alle famiglie in cui siano presenti handicap di vario tipo. Ne ha già realizzati più di cento e gli ultimi tre sono stati fatti nello stesso villaggio. La famiglia di nonna Thidé, una vecchina rugosa che sorrideva sempre, paralizzata da tanti anni e che stava su una seggiolina fuori dall'uscio della capanna, ne ha beneficiato subito. Purtroppo pochi giorni prima che il pozzo fosse finito, la nonna è morta, ma dicono sia rimasta sorridente fino alla fine. Era contenta di essere stata in qualche modo utile e così il pozzo è stata l'eredità che ha lasciato alla famiglia. 

Boram invece è saltato per aria su una mina mentre stava arando la risaia. Il bufalo davanti a lui è andato in mille pezzi e forse gli ha salvato la vita, ma non la gamba che gli è stata amputata sopra il ginocchio. E' molto contento di avere il pozzo nuovo che libera la sua famiglia dal dover ricorrere all'acqua piovana conservata nei grandi orci dietro la casa e che alla fine della stagione secca era sempre tutta coperta di alghe verdi, ma gli rimane un problema grosso. L'organizzazione che forniva le protesi nella cittadina a qualche chilometro dal paese, ha finito i fondi e ha chiuso i battenti. Rimane solo il centro nella capitale che però è lontana. La sua protesi cambiata cinque anni fa si è rotta e lui non riesce neppure più a camminare, se non usando una specie di stampella che si è costruito da solo, ma se con una mano tiene la gruccia, fatica anche a tenersi in equilibrio, altro che andare nella risaia a tenere l'aratro. Però Boram non ha i venti dollari che servono per il viaggio fino alla capitale e così saltella nel cortile qua e là cercando di attaccarsi la vecchia protesi che però fa un male cane sul moncherino deformato. 

Il terzo pozzo lo ha avuto la famiglia Say, che è davvero felice per questo. Sorridono tutti contenti nel cortile davanti alla capanna dove la famiglia è riunita quasi al completo. I due genitori hanno quasi sessanta anni e non vogliono neppure ricordare le difficoltà di una volta, anche se sono ormai curvi e segnati dal tempo. Hanno avuto cinque figli e tranne il più grande che lavora in città e che li mantiene un po' tutti, gli altri hanno avuto in eredità la maledizione lasciata dal passato. I quattro rimasti al villaggio sono portatori di deformità e deficit devastanti che il veleno che ammorba la terra ha regalato alla generazione successiva. Così oltre alle deformità fisiche, uno ha anche grave deficit mentale e passa le sue giornate seduto in un angolo del cortile, mentre un altro, la testa enorme e gli arti rattrappiti si muove a fatica. Athit, la ragazza, sembra la più colpita dal punto di vista fisico, le membra contorte e una forma di nanismo che la riduce ad un esserino minuto che deve usare una carrozzella per spostarsi. Ma poiché alla bestialità umana sembra non ci siano limiti, la ragazza, che ha 26 anni, è stata violentata e adesso usa la sua carrozzella anche come passeggino, spingendolo a fatica come riesce, per il piccolo bellissimo, che sta cominciando a camminare, per fortuna perfettamente sano. Il bimbo è vivace e la mamma lo accudisce con un affetto che strappa il cuore, se lo accarezza  e se lo coccola, con vagiti di bimba che il piccolo corrisponde abbracciando il piccolo corpo deforme. Quando si sporca una manina di grasso, subito Athit lo issa a fatica vicino a sé, con un piccolo straccetto lo pulisce con cura, gli dà piccoli baci e il bambino ride contento. 

Rimane l'ultimo figlio, che anche se con qualche problema di movimento a causa di deformità agli arti, sta finendo le medie ed è molto bravo, ma deve fare molti chilometri a piedi ogni giorno per andare a scuola e fa una fatica del diavolo nello stato in cui è. Avrebbe proprio bisogno di una bicicletta per risolvere i suoi problemi. Comunque tanto per farvela breve, i soldi per la bicicletta sono saltati fuori e Rithy l'avrà prima della fine della scuola, intanto tutti sanno che sarà promosso e con buoni voti e avanzeranno anche i 20 dollari per mandare Boram nella capitale a farsi la gamba nuova. Anzi mi risulta che entrambe le operazioni siano già andate a buon fine. Per quanto riguarda i pozzi si va avanti e per questo vorrei ringraziare anche tutti i miei lettori della zona di Alessandria, perché anche se in effetti non lo sanno, il merito è anche loro, in quanto l'Ente che si occupa di riscuotere le loro bollette dell'acqua, deve per statuto devolvere una sia pur piccola percentuale di quanto incassato a opere idriche e idrauliche di questo tipo, tramite l'ICS, in giro per il mondo a cui si aggiungono anche i soldini raccolti durante la StrAlessandria che quest'anno si corre il 9 di maggio e per quanto mi risulta lo fa efficacemente. Così almeno sapete che anche andando a correre, ne esce fuori qualche cosa di buono e che Athit, Boram, nonna Thidé da lassù e tutti gli altri vi ringraziano.

Vecchia Alessandria, il Bar Baleta: I biliardi

Il Pool - (gentile concessione Gino "Baleta" Gemme)

Il Bar Baleta poteva certo essere considerato un club o un circolo culturale, ma essenzialmente la sua natura primigenia che lo caratterizzava e per cui era nato, era quella di essere un bar con biliardo. La sala biliardi, in effetti era la più vasta e specifica che si potesse immaginare, un vero e proprio tempio di questo gioco, anche perché il locale era dotato di colonne, mi par di ricordare, ma qui chiedo l'aiuto dei frequentatori di un tempo, enormi e in pietra, con ampie volte, tali da ricordare la cripta romanica di una cattedrale, il ché dava all'ambiente la giusta sacralità. I biliardi erano cinque, ben disposti, tre per il lungo e due per il largo e correttamente distanziati in modo che i giocatori non si intralciassero tra di loro. Lontana dai rumori della strada, che d'altronde dava nel vicolo, ci si poteva accedere solo attraversando le altre sale del bar e quindi risultava il punto finale di arrivo per coloro che erano dediti all'arte del panno verde. Qui gli appassionati si dividevano subito in due categorie senza punti di contatto tra di loro, in pratica due specie diverse che parlavano lingue non comunicanti. I cultori delle boccette e quelli della stecca. Mentre per le boccette il clan era decisamente più chiuso, essendo praticato una sola tipologia di gioco, con i maestri che si annoveravano tra i senatori del bar ed i dilettanti che quando i tavoli erano lasciati liberi si cimentavano negli appoggi o nei tiri più difficili che avevano appena ammirato, i giocatori di stecca invece erano una fauna più varia e in generale più giovane.  Ma altre erano le categorie kantiane della fauna locale.

Dice Gino: come in ogni termitaio organizzato, esistevano due tipi di matricole: i "mandibolati" e i "nasati". Mentre i grandi giocatori erano racchiusi nella seconda, nella prima categoria viveva anche la sottospecie dei "convinti". Scarsi nel gioco, usavano l'apparato boccale per magnificare illustrandole le loro presunte giocate magistrali (me chi..., me là...); erano chiamati i "baccagliatori". Ricordo un grande giocatore, di cui mi sfugge il nome, maestro nell'arte della candela, che affermava essere la vera chiave del gioco delle boccette, un tiro che se usato con perizia assoluta era da solo capace di essere decisivo in ogni partita. Un altro, grande artista delle due sponde, accarezzava a lungo la palla tra le mani, soppesandola con noncuranza tra una mano e l'altra, poi si allargava portando il busto al di fuori del bordo del biliardo e con un movimento morbidissimo e sempre uguale lanciava delicatamente e con la giusta forza. La boccia cadeva sul panno quasi senza rumore poi, pur sembrando il lancio troppo debole all'inizio, correva fluida colpendo le due sponde all'angolo alto per poi arrivare implacabile nel gruppo di bocce sulla sponda bassa, si faceva appena largo tra di esse e come per magia si attaccava al pallino blu, sempre uguale, sempre perfetta, un miracolo. C'erano poi i bocciatori professionisti. Il socio puntatore vinceva invariabilmente l'acchito e loro prendevano il pallino, lo appoggiavano lentamente appena al di là della linea oltre gli ometti, un attimo per concentrare la mira e poi il lancio secco e implacabile, ogni colpo un filotto.

Nella stecca invece, il gioco subì nel tempo diverse mode, alcune passeggere, altre più durature, anche se la variante più correntemente praticata era quella classica all'italiana, con alcuni cultori specifici della goriziana. Uno invece, caduto col tempo in disuso era la cosiddetta "Pula", in cui ogni giocatore pescava una carta che rimaneva nota solo a lui, da cui partiva il conteggio dei suoi punti per arrivare a 21, cifra che doveva essere fatta esattamente, con gli ometti che valevano dall'1 al 5. Un gioco interessante che aumentava le possibilità dei giocatori di precisione includendo anche una variabile psicologica per capire quanti punti mancavano all'avversario per concludere la partita e giocare quindi con una conseguente difesa. Mi sembra che Capra lo praticasse con profitto, anche se era tecnicamente un gioco compreso nella tabella dei giochi proibiti, forse perché la carta pescata era considerata, ingiustamente, parte di un azzardo. Pochi cultori ebbe invece la Carolina, variante con i birilli sparsi sul tavolo. La carambola francese ebbe anch'essa breve spazio, ma Gino, sempre attento alle tendenze e in cerca di nuova offerta per incrementare gli affari, subito dotò la sala di un marchingegno che inserito sopra il tavolo da biliardo tradizionale, lo restringeva riducendolo alle misure corrette. Poi arrivò anche sugli schermi alessandrini il film Lo spaccone, con uno spettacolare Paul Newman che subito destò l'interesse sul Pool, battezzato da noi come Carambola americana.

Prontamente Gino dotò la sala di due o tre set delle ben note 15 piccole bocce, colorate e numerate, che appassionavano le discussioni del bar, dove come al solito tutti si autoproclamarono immediatamente esperti in grado non solo di giocare, ma di ripetere i colpi clamorosi del film. I risultati erano ovviamente modesti anche perché il tavolo e la dimensione delle buche non erano quelli regolamentari e il gioco era comunque un adattamento che, tuttavia, ebbe per parecchio tempo un grande successo. La sala biliardi, comunque, rimase per molto tempo un locale riservato agli appassionati ed ai senatori del bar; i ragazzini chiassosi, al di fuori di quelli che bigiavano la scuola o delle prime ore del pomeriggio, non erano ben visti, anche per gli eventuali danni che potevano provocare con la loro imperizia. Angelo, in versione Cerbero, per mantenere un certo controllo sullo schiamazzare inutile e lo stesso Gino di tanto in tanto buttavano un occhio indagatore con la scusa di servire qualche consumazione, per controllare che non sopravvenisse, improvvido e temutissimo, il famigerato "strappo" del panno causato dall'imperizia nel maneggio della stecca, che l'incapace, volendo eseguire qualche colpo troppo fine per le sue possibilità, invece di dare il giusto "zembo" alla bilia, finisse con la punta della stecca a squarciare il delicato panno, facendo poi finta di nulla, come se il disastro fosse già presente sul tavolo e altri il colpevole. La minaccia: primo strappo Lire 5000, era una spada di Damocle in agguato, anche se non mi risulta sia mai stata applicata.  

Lo strappo al panno verde -  (gentile concessione Gino "Baleta" Gemme)

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Siamo a 1500!



Ragazzi, per il blog, il mio blog, questo è un pezzo importante essendo il millecinquecentesimo post prodotto negli oltre cinque anni di vita, quasi trecento all’anno, né più né meno. D’accordo, non tutti sono stati memorabili per carità, lo so da solo; molti sono un po’ tirati giù tanto per dire la mia scemenza quotidiana, magari quel giorno lì avevo le paturnie e me lo fate notare, diminuendo commenti e visite, ma qualcuno di tanto in tanto, in particolari occasioni, vi assicuro che era davvero sentito e che ce l’ho messa tutta a cercare di farvi passare le mie emozioni o i miei pensieri. Certo, direte voi, hai fatto quello che potevi, non si può cavare sangue da una rapa e la qualità è quella che è, la botte darà sempre null’altro che il vino che contiene, ma io proseguo imperterrito, almeno fino a quando me ne rimane la voglia, comunque in questo spazio posso ancora dire la mia fin che mi pare, grazie anche a Google, che d’accordo, mi spia, legge quello che scrivo, sa quello che penso, le mie preferenze e le mie simpatie in fatto di acquisti, che è poi quello che conta oggi, e le passa ad Obama (a proposito, caro, un po’ mi hai deluso, eh, così lo sai anche tu direttamente vis à vis), ma che me lo permette di fare gratis. Ma lo sapete che ogni giorno ho un contatto fisso di 10 secondi da Mountain View – California, sempre uguale, sarà un ammiratore segreto? Ma, certo è che o sono ingenui o proprio sfacciati, basterebbe non segnalarmelo nelle statistiche e potrei sempre pensare che sono dicerie di complottisti. Ma dai che va bene lo stesso, anche se da un po’ mi hanno aggiunto delle loro pubblicità, senza chiedere eh, certo in fondo lo spazio è il loro. Va bene, da domani parto con i secondi 1500 post, ci vorranno almeno altri cinque anni, vediamo se ce la faccio e soprattutto vedremo se alla fine, rimarrete ancora con me, quasi tutti spero, senza che se ne perdano troppi per la strada.



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E' arrivata la Tares! Finalmente!

Accidenti, è arrivata la Tares! Una bella sberla, tocca pagare si capisce; però guardando bene la bolletta spunta un errore che mi addebita una cifra superiore al dovuto. Bisogna andare all'apposito ufficio come indicato nella  lettera accompagnatoria, anche se la data del pagamento è scaduta il 15. Mora in arrivo?, Ma no, neanche bionda, in realtà in Italia il ritardo è sempre già previsto e il prolungamento dei termini già insito nella scadenza stessa, che in realtà ha, è vero, una data limite, ma sempre per un buon motivo, variabile di vota in volta, questa è superabile senza danno. Par di leggere tra le righe che la deroga sarà di una quindicina di giorni. C'è un apposito ufficio che si occupa di queste cose, un ex-negozietto in una via del centro. Qui i negozi stanno chiudendo uno dopo l'altro, quindi meno male che ne hanno utilizzato uno per questa bisogna. Beh, il mio sarà uno dei pochi errori o imprecisioni tra le migliaia di bollette spedite, quindi non troverò quasi nessuno. Scarto quindi a priori, l'ora del pensionato, quella antelucana tra le 6 e le 7, in cui il nullafacente per antonomasia va ad occupare un posto nelle code in formazione, ben prima che si aprano gli sportelli. Così facendo, in generale passa molto più tempo in coda, ma ha la sensazione di aver fatto furbescamente prima. Arrivando invece a lavori incominciati, spesso la più grossa si è già smaltita. Svolto l'angolo di Via Guasco e noto con orrore l'assembramento folto davanti alla porta. Cribbio, stavolta devo aver fatto un errore di valutazione. 

Mi faccio largo tra gruppi con le facce scure che parlottano nervosamente tra di loro con differenti toni di voce. Si va dall'acredine sprezzante, alla sicumera classica del so ben io cosa si dovrebbe fare in questo paese. In queste situazioni si potrebbe ben pescare a man bassa, una vera fucina di idee, per risolvere il problema della nazione, altro che commissari tecnici della nazionale, l'Italia è un paese di primi ministri in pectore, con in tasca la ricetta pronta per mettere a posto le cose senza colpo ferire. Riesco sgomitando ad arrivare alla colonnina distributrice del numero di coda. Con orrore mi accorgo di averne davanti 54 e gli sportelli sono solo due, più forse uno interno e misterioso, che di tanto in tanto, forse presosi pietà, apre una porticina misteriosa e chiama un numero. Va bene, in fondo si tratta solo di aspettare. Se fossi in possesso di un e-reader, potrei accoccolarmi da qualche parte e leggere qualche cosa. Ecco perché mi servirebbe l'attrezzo. Bisognerà pensarci. In mancanza, basta mettersi ad osservare intorno lo spettacolo di arte varia che si dipana come un happening continuo. La folla è piuttosto irrequieta e non riesce ad aspettare tranquilla il proprio turno. C'è chi si aggira qua e là come un leone in gabbia, chi cerca qualcuno con cui dividere la mala sorte, chi sbuffa maledicendo il tempo perso che ben in un altro modo avrebbe saputo e dovuto impiegare. 

Ognuno cerca di raccontare il proprio incredibile problema ad un uditorio completamente sordo e già assorto nella sua accidia fegatosa. Tutti hanno l'ansia di raccontare a qualcuno cosa stavano facendo, tutte cose assolutamente importantissime e vitali e che hanno dovuto interrompere per venire qui a sciogliere una matassa ingiusta ed insolubile sicuramente. Ognuno cerca un padre confessore  con cui confidare il proprio terribile segreto, la colpa che è stato costretto dalla necessità a commettere e che ora deve espiare così duramente. Basta buttare lì un eh certo che ha proprio ragione e subito vieni assalito dal racconto dettagliato del fatto e di come tutto ha condotto inevitabilmente al tunnel di ingiustizie a cui si è disumanamente sottoposti. L'interno dell'ufficio è davvero piccolissimo, poche sedie su cui ci stanno al massimo una decina di persone; forzatamente tutti gli altri aspettano fuori in strada, dando un po' la sensazione dell'assalto ai forni del pane. Per fortuna non piove, anzi fa un caldo torrido già alle 10. In effetti nella stanzetta c'è l'aria condizionata e si sta benissimo. Adocchio la prima sedia che si libera, c'è un turn over piuttosto veloce e me ne approprio senza problemi, tanto i più preferiscono rimanere all'aperto, c'è più gente con cui scambiarsi le lamentele. In realtà all'interno c'è un freschino delizioso, molto meglio che a casa mia. Quasi quasi, se ci fosse il wifi, domani vengo qui a passare la mattinata, casa mia è un forno. Ma anche senza niente da leggere, lo spettacolo va avanti, basta stare a guardare. 

Una vecchia cariatide di fianco a me, incartapecorita e con la faccia cattivissima, con una smorfia feroce e la piega della morte sulla bocca, si guarda intorno come se avesse timore di essere infettata dalla folla plebea. Di tanto in tanto lancia il suo mantra al vuoto, tanto nessuno la sta a sentire. Vive al mare, forse in una bara di marmo, da cui esce nelle notti di luna (e su cui già paga IMU e Tares) e non capisce perché deve pagare l'immondizia per una casa che abita pochi giorni al mese. Aspetta da ore e si capisce dalle frasi sprezzanti, quanto si senta lontana da questo mondo di miserie umane. Quando viene il suo turno, viene cacciata subito via. Le tasse si pagano e basta. Mette mano al portafoglio convinta di aver sempre pagato lì, ogni anno quando viene a protestare per l'estorsione. L'impiegato che ci lavora da dieci anni mostra di non averla neppure la cassa. Se ne va convinta di avere subito una grave ingiustizia e che la si voglia far passare per pazza. Un omone grasso e sudato ce l'ha con tutto il mondo e soprattutto con quelli che perdono tempo quando è il loro turno, Guata con ferocia coloro che attendono muniti di borse colme di documenti o faldoni blu da ufficio, inevitabili promesse di pratiche lunghe da svolgere. Gli stranieri sono subito identificabili. Si guardano attorno spaesati, cercando cartelli esplicativi o informazioni inesistenti. Quando tocca a loro, balbettano il loro problema alla meglio. 

Ma c'è subito qualche cosa che non va, mancano documenti, la domanda non è ben posta, non si capisce il problema, dovevano andare prima da un'altra parte. La spiegazione è veloce e un po' ruvida anche senza intenzione, ma si vede subito che il richiedente non riesce a capire assolutamente cosa deve fare, perduto nel ginepraio inestricabile del burosauro divoratore che parla con lingua nemica. Hai capito?  Il malcapitato cerca di ripetere malamente il suggerimento mal digerito, viene di nuovo corretto, poi se ne va con aria dubbiosa e infelice di chi non sa bene cosa fare. I neri sono i più spaesati, parlano poco e se ne vanno subito silenziosi e con la testa bassa. I cinesi sembrano più informati , non capiscono allo stesso modo, ma dalla maniera in cui raccolgono le carte, appaiono più sicuri e decisi e se ne vanno come chi sa a chi deve rivolgersi per risolvere le cose; i balcanici bofonchiano di più, cercano di capire invano, ripetono diverse volte le cose come per afferrarle meglio, poi alla fine rinunciano anche loro come quando ti trovi davanti ad un muro che non si può valicare. Solo gli ispanici sembrano un po' più scanzonati, in qualche modo si risolverà. Una biondina dell'est, si guarda attorno smarrita e chiede alla folla rabbiosa: "Ma non ci è informazione?" 

Viene guardata con compatimento, stringe tra le mani una busta stazzonata, volge lo sguardo qua e là come un naufrago in cerca di aiuto, poi se ne va. Un paio di flaneurs in tenuta da mare, infradito e canotte bossiane, commentano sarcasticamente spaparanzati e con le epe debordanti, sulla efficienza degli uffici pubblici e della poca voglia di lavorare dell'impiegato tipo, argomento in cui appaiono anche fisicamente molto ferrati. In realtà gli addetti sbrigano le pratiche con teutonica efficienza ed anche con una certa celerità, bisogna dire e anche se dalla gehenna antistante si sentono solo reprimende e scherno pieno di disprezzo verso la classe che rappresentano, continuano imperterriti ad avere il sorriso stampato sulla faccia rispondendo con cortesia agli sgarbatissimi approcci dei postulanti, che ad ogni passo pretendono, protestano, alzano la voce, sbattono sfogli sul bancone, alzano gli occhi al cielo come a chiamare i fulmini vendicatori dell'Olimpo. Quando bisogna mettere mano al portafoglio, non ce n'è per nessuno, è come ti strappassero un organo che non vuoi donare mentre sei ancora vigile. 

Certo l'immondizia te la portano via, ma so ben io quel che succede, mischiano tutto, altro che differenziata! L'ho visto coi miei occhi e poi la lasciano lì anche 15 giorni e poi intorno è tutto sporco, ha da venì grillo o altre deità di fantasia. Con un calcolo rapido vedo che passano circa 25 persone all'ora, in un paio di orette ecco arrivare la mia chiamata. Anche se l'errore è frutto di una mia dimenticanza comunicativa, tutto si risolve, l'imprecisione è corretta facilmente, tanto a pagare c'è ancora tempo anche se la data è scaduta, tranquillo, vada alla posta col nuovo bollettino con la cifra ridotta. Meraviglia, pago meno dell'anno scorso, ma no signore, questo è solo l'acconto, il saldo arriverà a dicembre e allora non sorriderà più, caro mio, come sa il comune è in dissesto. Esco con la minaccia in essere e vado alla posta, ci sarà solo un'oretta da aspettare, ma intanto anche lì c'è l'aria condizionata e non si sta male.

Ringraziamento agli amici.


Il folto pubblico presente alla Taglieria del pelo (luogo che attira le folle per sua natura).
Oggi vorrei rispettare il sabbath, quindi solo due parole per ringraziare tutti gli amici che hanno voluto perdere la loro serata per venire a sentire la nostra chiacchierata. Mi ha fatto davvero piacere sentirli vicini. E un grazie anche a Stefania che mi ha aiutato come fine dicitrice, cosa di cui io ho sempre bisogno, essendo inadatto allo scopo dicitorio, per raccontare la favola del lupo. Come si dice un grande successo di pubblico e di critica, oltre che naturalmente commerciale (scopo ultimo per cui era stato progettato l'evento). Grazie anche all'amico Antonio Silvani organizzatore e sagace anima dell'evento. Ovviamente la foto del pubblico è stata inquadrata oculatamente, come si fa in questi casi, tagliando le sedie vuote.

per il video vedere: http://www.ilventodellest.blogspot.it/2013/06/ringraziamento.html

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Vecchia Alessandria, le scarpe a cestino.

1938 - argini del Tanaro . Mio papà è quello in piedi a destra.
Mio papà era dell'11, un uomo dell'altro secolo e come tale appartenete ad un mondo in cui le distinzioni, le barriere sociali e gli steccati erano ben visibili ed identificabili senza incertezze. Mica come adesso che che non c'è più la destra, né la sinistra, ormai Gaber ha fatto scuola, siamo pieni di dubbi relativistici e alla fine ci si dichiara post-tutto. Il periodo storico che ha vissuto lo aveva messo, al pari di milioni di persone in condizioni di giudicare la politica come una cosa molto pericolosa e verso la quale bisogna tenere un profilo basso, non far sapere come la pensi perché non si sa mai, eventualmente seguire l'onda  perché a mettersi contro non solo è inutile ma soprattutto è pericoloso. Tuttavia aveva ben chiaro che da una parte c'erano i "signori" che, avendo vissuto l'infanzia nella portineria di una casa nobiliare, pensava di conoscere da vicino, con una sorta di ammirazione neutra e dall'altra gli operai, classe a cui da ferroviere e prima da lavoratore in un calzaturificio, sentiva di appartenere a pieno titolo. Due classi avverse e distanti per principio che certo non potevano in alcun modo mescolarsi, altro che ascensore sociale. Quando alle "Signorine" del palazzo nobiliare veniva in visita il Conte tal dei tali, al massimo si guardava da lontano, ma senza desideri o invidie, tanto era considerato un altro mondo. Tuttavia mi risulta che votasse socialista, pur temendo il comunismo come la peste, sentendolo epidermicamente pregno della difettosità dei regimi che aveva già conosciuto e gli erano stati sufficienti, non tanto per la deprivazioni di libertà che in fondo non gli interessavano più di tanto, ma per la sicurezza che quel tipo di tirannide porta tutte le volte alla stessa conclusione e penso che chi ha provato una volta la guerra, ne rimanga vaccinato per sempre. 

Però non si è mai espresso chiaramente sul voto, neanche con me; è pericoloso esprimere le idee politiche, evidentemente questo imprinting se lo sarebbe portato dietro per sempre. Larvatamente e solo nell'intimità della famiglia, mi aveva fatto capire che forse i socialisti avevano a cuore gli operai e quindi c'era convenienza a che avessero forza. Teniamo conto che allora erano sempre sotto il 10%, un partitino insomma. E mi raccomando bisogna sempre andare a votare. Per esercitare un grande diritto, direte voi, macché, perché se non vai alle urne, ti segnano e non si sa mai cosa ti può succedere, e mia mamma china sul rammendo delle calze assentiva con larghi cenni della testa, per rafforzare quella che apprezzava come la saggezza del capofamiglia. Il "povero" si difende mantenendosi distaccato dalle passioni e dalla fascinazioni politiche, guai a lasciarsi catalogare, ha solo da rimetterci. Tutto questo potrebbe far pensare ad una vita in sedicesimo, nascosta e schermata. In realtà, se era pur vero che non bisognava mai esibire nulla per non far pensare a possibilità economiche troppo vistose, vigeva il concetto che chi più spende meno spende e quindi, le poche cose che si compravano dovevano essere di qualità. Certo senza esagerare. Il salame non doveva essere del tipo migliore in assoluto, se no lo mangi tutto subito, ma neanche di qualità scadente che se no fa male, diciamo di seconda. Il cappotto si rivoltava, ma la stoffa era stata comprata in quel negozio sotto la galleria che aveva solo roba buonissima. 

Le scarpe, un paio ogni due anni, erano poi un punto fisso, anche perché il mio papà si riteneva del mestiere e se le scarpe non sono perfette, poi ti fanno male e i piedi si rovinano. E lo diceva lui che aveva tutti i mignolini accavallati perché da giovane erano di moda le scarpe a punta. Probabilmente "l'operaio" ci teneva molto all'eleganza, che aveva spiato dai vetri della guardiola di mia nonna mentre le dames de chambre e i signorini salivano lo scalone del palazzo e di certo quando era giovanotto, per lo meno ad osservare qualche vecchia fotografia, puntava molto su questo punto, Borsalino sulle 23, pantalone largo, cappotto di vigogna e scarpe fatte a mano, per forza, se le faceva lui da solo. Evidentemente grazie allo straordinario, di soldini ne guadagnava abbastanza e se li spendeva tutti in vestiti, forse per ammaliare le fanciulle. Mi sa che è in questo modo che ha accalappiato la mamma alle fonti di Valmadonna. Poi dopo il matrimonio deve aver campato di quel che aveva prima, rivoltando cappotti e rifacendo polsini e colletti, cosa a cui pensava mia mamma. Però il suo orgoglio massimo, quello che considerava davvero il top dell'eleganza, lo teneva ben riparato, avvolto da una pezzuola di stoffa, in una scatola nell'armadio, che non si rovinassero, un paio di scarpe a "cestino" marrone chiaro. Al posto della usuale tomaia avevano tutto un intreccio di sottili fettuccine di chevrot che si incrociavano diagonalmente in maniera perfetta, tanto che da lontano pareva un disegno e non un sapiente lavoro di alto artigianato. 

Quando era tarda primavera, e non pioveva, certo, guai a metterle nell'acqua, le tirava fuori con religiosa attenzione, poi prendeva una pezzuola morbida e il lucido Brill dalla scatola rotonda con una curiosa chiavetta laterale che si ruotava per far alzare il coperchio e, dopo aver sporcato il panno, ma pochissimo, perché troppo lucido corrode il cuoio, cominciava a passarlo con movimento dolce e ripetitivo, quasi accarezzando la scarpa che la mano sinistra inserita dentro, faceva ruotare come la testa di un burattino. Sfregava leggero a lungo, rimirando l'opera di tanto in tanto e allungando il collo all'indietro. Che splendore quelle scarpe, poi se le metteva, legando con cura le stringhe delle stesso colore e usciva con gli amici per andare ai giardini. Solo che le scarpe a cestino hanno una caratteristica unica, specie quando sono ben lucidate. Mentre cammini, ad ogni passo emettono un imbarazzante scricchiolio, che mi faceva tanto ridere. Sembrava quasi un gemito chioccio, uno stridio iterato ed inevitabile che segnava il movimento con cadenza imbarazzante. Crick crock, crick crock, il mio papà si allontanava con la bicicletta nera coi freni a bacchetta per mano e quando tornava per cena, eccolo là crick crock, crick crock, lo sentivi arrivare dal fondo delle scale. Una volta entrato e ricoverata la bici, se le toglieva e con cura le ripuliva ancora prima di avvolgerle nella stoffa e riporle con la soddisfazione dell'operaio signore, nella scatola dell'armadio, prima di sedersi a tavola tutto soddisfatto. Adesso ho il tacco della scarpa sinistra che scricchiola continuamente, mi sembra di camminare con le scarpe a cestino ed è anche tutto consumato, ma non c'è più il mio papà ad aggiustarmelo.


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Presentazione del libro: Lettere dall'Indocina di Enrico Bo

  • TAGLIERIA DEL PELO - via Wagner, 38/d - Alessandria
  • L'Associazione "ALESSANDRIA IN PISTA" non si ferma mai
    ed è quindi lieta di invitarvi ad un nuovo appuntamento dell'ormai arcinota rubrica

    LIBRINPISTA.

    Venerdì 14 giugno alle ore 21, nel salone della TAGLIERIA DEL PELO (via Wagner, 38/d - Alessandria),

    dopo un saluto di MAURO REMOTTI,
    Presidente di "Alessandria in Pista",

    ANTONIO SILVANI presenterà il libro

    "LETTERE DALL'INDOCINA (soffia il vento dell'est)"

    di ENRICO BO (scrittore e baletiano doc).

    Le letture saranno curate da ALESSANDRA GHIGLIANI.

    Vi aspettiamo numerosi!!!


Tai Ji solitario di domenica in Cittadella.

Lan Que Wei


Tutto cambia, tutto si rivoluziona. Mi crollano anche i miti. Avevo detto qui l'altro giorno, ero sicuro, avevo sperato, mi ero illuso. La parola aggratis, non funziona più neppure per gli alessandrini. Questo, vi assicuro è cosa davvero incredibile. Pensavo che con questa premessa, oltre al fatto di passare una mattinata in un luogo quasi magico come la Cittadella di Alessandria, a praticare o anche solo a guardare un valido maestro di Tai Ji Quan in azione, Damiano Doria, fosse un richiamo irresistibile, invece il numero totale di coloro che di primo mattino (alle 9:30) in una giornata fresca e deliziosa si sono presentati all'appuntamento è stato di tre persone, inclusi naturalmente me ed il maestro stesso, cioè una praticante e zero spettatori. Ora tutto questo potrebbe essere classificato come un insuccesso, ma visto dal punto di vista zen, vorrei sottolineare che raramente ho potuto godere di un momento di pratica così intenso e piacevole. In mezzo al pratone centrale, nel verde, circondati dagli alberi, si sentiva davvero scorrere libera l'energia, la respirazione fluiva libera e leggera, i movimenti venivano fluidi e naturali. Un lasciarsi andare di grande piacevolezza. Chi volesse approfittare, però è sempre in tempo. Condizioni meteorologiche permettendo, si continuerà a replicare tutte le domeniche mattina, sempre alle 9:30 (e sempre aggratis, non vi preoccupate).

Xia Shi Du Li


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Venerdì 14 giugno - Presentazione del Libro : Lettere dall'Indocina di Enrico Bo

Venerdì sera 14 giugno, alle 21:00 tramite LibrinPista di Alessandria in Pista, alla Taglieria del Pelo, via XX Settembre 6, sarà presentato il mio libro: Lettere dall'Indocina. Leggerà alcuni brani: Stefania Ghigliani.

 Lettere dall'Indocina è una falsa Guida di viaggio, una sorta di taccuino di storie, di impressioni, di emozioni vissute sotto altri cieli ad inseguire e a ricercare come mio solito, la scoperta e la comprensione dell’altro, ma questa volta con un motivo in più, quello di ritrovare lontani ricordi di gioventù, quando Indocina significava guerra del Vietnam, cortei e chitarre, bandiere e slogan; quando era un simbolo di terre lontane e di paradisi proibiti, dai quali, chi tornava, raccontava favole di guglie dorate e di spiritualità sconosciute. Un ritorno, per me, nell’Oriente tanto amato, a seguire rotte poco battute e cariche di magia. 

 Vi aspetto numerosi.

 Enrico Bo



Il Bar Baleta: Il gioco del Mah Jong.

Il gioco del Mah Jong - (gent. concessione Gino "Baleta" Gemme).

Questa è bella. Vedo dal blog di Partecinesepartenopeo, ottimo riferimento per le notizie dalla Cina, che a Tolosa al campionato mondiale di Mah Jong 2013, il primo dei 13 partecipanti cinesi si è classificato addirittura quarto e il secondo solo settimo (tre francesi ai primi tre posti). La scusa ufficiale, per coprire la vergogna del mancato primato nel gioco da tavolo più famoso del Celeste impero, è stato il jet lag, anche se nella squadra si mormora che i giocatori cinesi non sono più all'altezza, essendo il gioco stato sospeso per alcuni decenni da Mao in persona, in quanto divertimento capitalista e che bisognerebbe far giocare qualcuno di Honk Kong, dove non c'è stata crasi rivoluzionaria. Infatti la prima volta che ci andai, nel 1973, rimasi sorpreso, sentendo arrivare da ogni sottoscala e da dietro ogni tenda del mercato, il ticchettare tipico delle tessere del gioco sulle tavole di legno. Qualcuno dice che proprio questo picchiettio ha dato il nome al gioco stesso che significa letteralmente "Acchiappare l'uccello della canapa", simulandone il verso. Certo, io il gioco delle 144 tessere, lo conoscevo già da tempo. Lo si giocava indefessamente proprio al bar Baleta, arrivato non si sa come, forse da Ravenna, unico luogo italiano dove era conosciuto. Gino dice che lo aveva visto ad una fiera e non aveva voluto far mancare al bar la novità, forse desideroso, tanto per cambiare, di incrementare i consumi. Il gioco però, aveva un suo gruppo fisso di aficionados, presi naturalmente in giro senza pietà dagli altri avventori, che guardavano con una sorta di commiserazione i quattro, raramente otto giocatori, che, come carbonari si ritiravano nei tavoli di fondo della sala carte, mescolando le tessere con le stecche di legno prima di buttarsi nel bailamme dei raddoppi e dei conti complicatissimi, come isolati da quanto accadeva attorno. 

Non era un gioco come gli altri, che invariabilmente attiravano attorno ai tavoli numerosi spettatori, i cosiddetti angolisti a commentare e criticare furiosamente i giocatori. Al massimo se ne fermava uno o due, rimasti spaiati dalla quartina necessaria. Io ne sono stato un accanito appassionato, assieme a Barni, De florio, Chiappino, Cartocci e qualche altro. Ore ed ore, fino a notte tarda a discutere di tris di venti e di draghi, a ricordare una famosa chiusura pescando "la luna nel pozzo" o a passare dispiaciuto la stecca del "vento dell'est" che dà diritto ad un raddoppio supplementare (vi dice niente, eh?). Il fascino dell'oriente? Chissà. Quei piccoli parallelepipedi di plastica colorata, in fondo succedanei delle carte (il gioco alla fin fine non è che una versione un po' più complicata della scala quaranta), mi hanno sempre attirato morbosamente come tutto quello che arrivava dall'Oriente. Il disegno di Gino parla chiaro, il giudizio del bar ci giudicava come "i Cinesi" e io sono certamente quello col cappello a cono di fronte. Oggi credo che nessuno lo giochi più da queste parti. Io, ogni tanto tiro fuori quello che ho comprato tanti anni dopo in Cina, più per nostalgia che per altro, tocco le tessere con gusto, avvertendo lo strofinio dei polpastrelli sulla superficie di osso, scivolando poi sul dorso ruvido di bambù. Ascolto il rumorino secco, il "pigolio" che fa il pezzo toccando il legno del tavolo, guardo ad una ad una le incisioni complicate e barocche dei Fiori e delle Stagioni, quelle che identificano la bellezza del set e non avendo più giocatori con cui dividere il piacere, mi resta solo il gusto di sognare, prima di riporlo nella scatola di legno duro, un mondo lontano nello spazio, fatto di odori forti di pesce marinato, di spezia dolce, di caldo umido opprimente oppure lontano nel tempo, in quei tavolini della saletta dietro il vicolo, al di là di quella porta a vetri, chiusa per sempre.


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