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Vecchia Alessandria, il Bar Baleta: I biliardi

Il Pool - (gentile concessione Gino "Baleta" Gemme)

Il Bar Baleta poteva certo essere considerato un club o un circolo culturale, ma essenzialmente la sua natura primigenia che lo caratterizzava e per cui era nato, era quella di essere un bar con biliardo. La sala biliardi, in effetti era la più vasta e specifica che si potesse immaginare, un vero e proprio tempio di questo gioco, anche perché il locale era dotato di colonne, mi par di ricordare, ma qui chiedo l'aiuto dei frequentatori di un tempo, enormi e in pietra, con ampie volte, tali da ricordare la cripta romanica di una cattedrale, il ché dava all'ambiente la giusta sacralità. I biliardi erano cinque, ben disposti, tre per il lungo e due per il largo e correttamente distanziati in modo che i giocatori non si intralciassero tra di loro. Lontana dai rumori della strada, che d'altronde dava nel vicolo, ci si poteva accedere solo attraversando le altre sale del bar e quindi risultava il punto finale di arrivo per coloro che erano dediti all'arte del panno verde. Qui gli appassionati si dividevano subito in due categorie senza punti di contatto tra di loro, in pratica due specie diverse che parlavano lingue non comunicanti. I cultori delle boccette e quelli della stecca. Mentre per le boccette il clan era decisamente più chiuso, essendo praticato una sola tipologia di gioco, con i maestri che si annoveravano tra i senatori del bar ed i dilettanti che quando i tavoli erano lasciati liberi si cimentavano negli appoggi o nei tiri più difficili che avevano appena ammirato, i giocatori di stecca invece erano una fauna più varia e in generale più giovane.  Ma altre erano le categorie kantiane della fauna locale.

Dice Gino: come in ogni termitaio organizzato, esistevano due tipi di matricole: i "mandibolati" e i "nasati". Mentre i grandi giocatori erano racchiusi nella seconda, nella prima categoria viveva anche la sottospecie dei "convinti". Scarsi nel gioco, usavano l'apparato boccale per magnificare illustrandole le loro presunte giocate magistrali (me chi..., me là...); erano chiamati i "baccagliatori". Ricordo un grande giocatore, di cui mi sfugge il nome, maestro nell'arte della candela, che affermava essere la vera chiave del gioco delle boccette, un tiro che se usato con perizia assoluta era da solo capace di essere decisivo in ogni partita. Un altro, grande artista delle due sponde, accarezzava a lungo la palla tra le mani, soppesandola con noncuranza tra una mano e l'altra, poi si allargava portando il busto al di fuori del bordo del biliardo e con un movimento morbidissimo e sempre uguale lanciava delicatamente e con la giusta forza. La boccia cadeva sul panno quasi senza rumore poi, pur sembrando il lancio troppo debole all'inizio, correva fluida colpendo le due sponde all'angolo alto per poi arrivare implacabile nel gruppo di bocce sulla sponda bassa, si faceva appena largo tra di esse e come per magia si attaccava al pallino blu, sempre uguale, sempre perfetta, un miracolo. C'erano poi i bocciatori professionisti. Il socio puntatore vinceva invariabilmente l'acchito e loro prendevano il pallino, lo appoggiavano lentamente appena al di là della linea oltre gli ometti, un attimo per concentrare la mira e poi il lancio secco e implacabile, ogni colpo un filotto.

Nella stecca invece, il gioco subì nel tempo diverse mode, alcune passeggere, altre più durature, anche se la variante più correntemente praticata era quella classica all'italiana, con alcuni cultori specifici della goriziana. Uno invece, caduto col tempo in disuso era la cosiddetta "Pula", in cui ogni giocatore pescava una carta che rimaneva nota solo a lui, da cui partiva il conteggio dei suoi punti per arrivare a 21, cifra che doveva essere fatta esattamente, con gli ometti che valevano dall'1 al 5. Un gioco interessante che aumentava le possibilità dei giocatori di precisione includendo anche una variabile psicologica per capire quanti punti mancavano all'avversario per concludere la partita e giocare quindi con una conseguente difesa. Mi sembra che Capra lo praticasse con profitto, anche se era tecnicamente un gioco compreso nella tabella dei giochi proibiti, forse perché la carta pescata era considerata, ingiustamente, parte di un azzardo. Pochi cultori ebbe invece la Carolina, variante con i birilli sparsi sul tavolo. La carambola francese ebbe anch'essa breve spazio, ma Gino, sempre attento alle tendenze e in cerca di nuova offerta per incrementare gli affari, subito dotò la sala di un marchingegno che inserito sopra il tavolo da biliardo tradizionale, lo restringeva riducendolo alle misure corrette. Poi arrivò anche sugli schermi alessandrini il film Lo spaccone, con uno spettacolare Paul Newman che subito destò l'interesse sul Pool, battezzato da noi come Carambola americana.

Prontamente Gino dotò la sala di due o tre set delle ben note 15 piccole bocce, colorate e numerate, che appassionavano le discussioni del bar, dove come al solito tutti si autoproclamarono immediatamente esperti in grado non solo di giocare, ma di ripetere i colpi clamorosi del film. I risultati erano ovviamente modesti anche perché il tavolo e la dimensione delle buche non erano quelli regolamentari e il gioco era comunque un adattamento che, tuttavia, ebbe per parecchio tempo un grande successo. La sala biliardi, comunque, rimase per molto tempo un locale riservato agli appassionati ed ai senatori del bar; i ragazzini chiassosi, al di fuori di quelli che bigiavano la scuola o delle prime ore del pomeriggio, non erano ben visti, anche per gli eventuali danni che potevano provocare con la loro imperizia. Angelo, in versione Cerbero, per mantenere un certo controllo sullo schiamazzare inutile e lo stesso Gino di tanto in tanto buttavano un occhio indagatore con la scusa di servire qualche consumazione, per controllare che non sopravvenisse, improvvido e temutissimo, il famigerato "strappo" del panno causato dall'imperizia nel maneggio della stecca, che l'incapace, volendo eseguire qualche colpo troppo fine per le sue possibilità, invece di dare il giusto "zembo" alla bilia, finisse con la punta della stecca a squarciare il delicato panno, facendo poi finta di nulla, come se il disastro fosse già presente sul tavolo e altri il colpevole. La minaccia: primo strappo Lire 5000, era una spada di Damocle in agguato, anche se non mi risulta sia mai stata applicata.  

Lo strappo al panno verde -  (gentile concessione Gino "Baleta" Gemme)

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Il vespasiano del vicolo.

Il vespasiano del vicolo - gent. concessione Gino "Baleta" Gemme

Il nostro bar aveva una collocazione un po' anomala, considerato che la prima necessità di un locale è quella di avere un ingresso ben riconoscibile ed attirare i clienti di passaggio. Invece il Baleta aveva due ingressi, uno in un cortile a cui si accedeva attraverso un portone anonimo e l'altro in un vicoletto che, anche se sbucava nella piazzetta centrale di Alessandria, non invitava certo nessuno ad accedervi, tanto era stretto, buio e poco significativo. Non solo, appena passata la strettoia, di fianco alla porta a vetri segnalata da un vaso di cemento ed una pianta (mi pare) troneggiava una istituzione ormai assolutamente desueta nelle città italiane ed anche allora, sul viale del tramonto. Un vecchio, sporco e tristissimo vespasiano open air a due piazze, incistato in un angolo formato da un allargamento inatteso del vicolo, nascosto per modo di dire da una malandata paratia, forse, ma non mi ricordo bene, di lamiera consunta e rugginosa. Emanava un odore caratteristico, tuttavia svolgeva la sua utile funzione, in quanto allora, gli esercizi pubblici non avevano credo, l'obbligo di avere i servizi. Per noi ragazzi, era forse allora un problema poco avvertito, non coscienti ancora dei problemi di ipertrofia prostatica che la vecchiaia futura ci avrebbe presentato implacabilmente a suo tempo; la televisione non avvisava ancora nelle pubblicità di questo importante aspetto, quanto alla disfunzione erettile, ne eravamo ben lungi. Sta di fatto che il "luogo" aveva una sua funzionalità che nessuno metteva in discussione. Credo che la svolta avvenne in occasione di un evento che rimase comunque negli annali della città. Gino Baleta, tra le altre attività, inconsuete per un bar, a quei tempi ancor di più, sponsorizzava anche eventi culturali rimasti poi famosi per anni.

Uno di questi fu una mostra di pittura all'aperto denominata appunto Il Vicolo che raccoglieva opere di pittori alessandrini, dilettanti e non solo, lungo tutta la stradina, richiamando un notevole numero di visitatori che dalla vicina piazzetta transitavano finalmente in massa, osservando, ammirando, discutendo animatamente, ma soprattutto, come fanno gli alessandrini, criticando senza pietà in maniera sarcastica e distruttiva. Le malelingue, affermavano che Gino organizzasse il tutto al solo scopo di incrementare gli affari, dato che praticamente tutti i visitatori, finito il giro, transitavano poi nel bar a farsi un caffé, ma io non credo, almeno non completamente a questa maligna versione. Gino è sempre stato un grande appassionato di arte, figurativa, buon conoscitore e mi sembra anche collezionista. Molti quadri infatti, finivano poi, acquistati da lui, appesi alle pareti del locale, d'altra parte, la sua vocazione d'artista traspare anche dai suoi disegni, non vi sembra? Comunque, sta di fatto che per organizzare l'esposizione, non si poteva non tenere conto dell'ingombrante presenza del pisciatoio, che occupava la posizione centrale nello spazio espositivo, anche a causa della puzza che emanava. Così il servizio pubblico venne in qualche modo coperto e nascosto da paratie posticce per nasconderlo alla vista dei cittadini e soprattutto delle cittadine. Poco dopo, lavori di rifacimento dei muri esterni del palazzo d'angolo, una banca, che uno sfottò classico del bar attribuiva alla proprietà stessa di Gino, che caffè dopo caffè si sarebbe impadronito della maggioranza azionaria, eliminarono definitivamente l'ultima delle istituzioni alessandrine e anche il Vespasiano andò in pensione.


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Il Bar Baleta: l'angolista.

L'angolista - gent. concessione Gino "Baleta" Gemme


Il Bar Baleta era un cosiddetto bar con biliardo, ma l’attività principale, oltre al far passare il tempo nelle discussioni più improbabili, come quella famosa del peso dell’aquila, che andò avanti per mesi, era il gioco della carte. I giochi più gettonati, oltre ai tarocchi, erano lo scopone, la briscola in cinque e tutta quella serie di giochi discendenti dal bridge come King, Superking e così via. Il bridge era evidentemente giudicato troppo snob e impegnativo soprattutto bisognoso di una concentrazione difficile da ottenere con il via vai e la allegra confusione del locale. Così, i pur diversi appassionati, sceglievano altri ambienti più titolati e solo di tanto in tanto alla domenica mattina, con la presenza di qualche giocatore di particolare rilevanza (la squadra alessandrina ha militato anche in serie A) si formava un tavolo attorno al quale si faceva subito un ambiente di rispettoso silenzio, rotto solo dagli ululati e dai pugni sul tavolo dei più nervosi in seguito a qualche errore dei soci malcapitati. Per tutto il resto della giornata e nelle lunghe serate invece, l’atmosfera era più distesa e gli sfottò classici, sempre uguali ma facenti parte del rituale, la facevano da padrone. Di norma i quattro giocatori di ogni tavolo, brigavano e discutevano con tranquillità sulle varie possibilità della partita, imprecando alla sfortuna delle carte sempre contrarie. 

Tuttavia questa armonia instabile durava fino al momento in cui arrivava una figura particolare, il famigerato Angolista. Costui è personaggio addirittura istituzionale nel bridge, che si definisce con un nome specifico: Kibitzer  (addirittura un termine yiddish, tanto per capirci!), ed è una vera piaga sociale per ogni circolo che si rispetti. Il tizio in questione, mediocre giocatore di solito o facile all’iracondia, cosa che gli impedisce di trovare un compagno fisso, è convinto in assoluto di essere un campione e soprattutto di avere in mano ogni segreto della tecnica di gioco. Arriva con fare circospetto, mentre tutti gli stanno alla larga, quando i tavoli si sono già formati, oppure rimane regolarmente spaiato quando le quadrette si accordano per iniziare la partita. Poi con calma, ordina un caffè e si sceglie il tavolo più litigioso o quello che lui ritiene composto da giocatori più scarsi e, afferrata una sedia si dispone ad un angolo del gruppo in modo da poter osservare con calma durante il gioco, le carte dei due giocatori che gli stanno ai lati. All’inizio ovviamente non dice nulla, poi appena capisce di essere spettatore accettato, comincia di volta in volta a rilasciare dichiarazioni sui supposti errori madornali commessi dai giocatori. E’ ovvio che conoscendo le carte di almeno due contendenti  e spesso del morto, è come se giocasse a carte scoperte, quindi parte da una posizione di considerevole vantaggio. 

Ma la cosa più insopportabile è che assieme alle perle di saggezza che dispensa alla fine di ogni mano, su come si sarebbe dovuta effettuare la giocata, o la dichiarazione, su quale sorpasso si sarebbe dovuto sperare o sulla facilità della conta delle carte in mano all’avversario, trincia giudizi impietosi sulle capacità dei vari giocatori, espliciti ed offensivi se in buona confidenza, mostrando facce e smorfie di dolore disumane ai supposti errori, nei tavoli meno tolleranti. Va da sé che in generale, nonostante la sua posizione di vantaggio, l’angolista prende quasi sempre lucciole per lanterne, vede squeeze inesistenti, messe in mano fantasiose e scorda di solito che le carte che suppone già uscite sono in realtà ancora in mano ai vari giocatori. Di norma gli viene restituito pan per focaccia e l’incauto viene caricato di contumelie e gli viene mostrata senza troppo savoir faire la sua pochezza, cosicché alla fine se ne va scornato, blaterando sulla incapacità generale dei giocatori del bar e inseguito dai lazzi impietosi delle sue supposte vittime. Il Bar ha avuto tra le sue file angolisti famosi di cui non voglio dire oltre, figure che anch’esse, però hanno collaborato a costruire quell’affresco impagabile che è stato il Baleta.


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Il Bar Baleta: Il Bugiardino.

 Cassa e bugiardino - (gent. concessione Gino "Baleta" Gemme).

Erano tempi in cui di soldi ne giravano davvero pochi. Gli studenti soprattutto, avevano paghette miserevoli, gli universitari con l'associazione goliardica si aggiustavano con le questue dai negozianti di Corso Roma e anche i normali avventori, passavano intere serate al bar consumando un caffè e cercando di vincere la partita a carte o a biliardo per far pagare agli altri giocatori la seduta. In realtà, quello che oggi chiameremmo flusso di cassa, doveva essere piuttosto scarso, tanto che le favoleggiate ricchezze accumulate da Gino con la gestione del bar Baleta, c'è chi parlava di una stanza piena di monete e oro alla Paperon de Paperoni, era no solo una delle tante leggende del bar, usata per far chiacchiera e tirare tardi. Anzi, probabilmente il buon Gino doveva fare anche una certa fatica a rientrare del "puffi" dei morosi cronici. Sul bancone del bar,  infatti, troneggiava una maestosa macchina di antica fattura ricoperta di fregi in similargento, dalle fattezze un po' country e un po' belle époque. Era un precursore dei registratori di cassa, imponente e classico, come se fosse il centro motore del locale, una sorta di cuore artificiale, una pompa energetica che faceva fluire la forza vitale a tutte le attività; nella pratica, visto dai clienti, un Moloch maligno che ingoiava le miserevoli paghette dei frequentatori più giovani. 

Quando qualcuno si avvicinava per pagare il caffè o la seduta, Gino, schiacciava la serie dei tasti di cui era ricoperto il fronte ricurvo della macchina, le unità, le decine, le migliaia, allora i computer non erano ancora neppure sognati, si sentiva un dlin caratteristico e la bocca vorace del cassettino posteriore si spalancava con uno scatto ed inghiottiva irrimediabilmente monete e banconote, mentre nella parte superiore, una specie di vetrinetta, quella dove, nel disegno, è raffigurato il simbolo del dollaro, emergevano delle palette che riportavano il numero del conto finale, una specie di calcolatrice meccanica ante litteram, una macchina di Touring in sedicesimo, che probabilmente oggi, al mercato dei collezionisti, varrebbe una cifra (che fine ha fatto Gino?). Dalla sala, qualche giocatore di carte lanciava qualche commento salace sulla macchina dei soldi sempre in azione e sui conti in banca del gestore che si gonfiavano mostruosamente, poi tutto tornava calmo. "Angelo, un caffè!" e tutto si riportava nei ranghi. Ma mica tutti pagavano cash. La realtà vera era molto più dura. La clientela (escludendo naturalmente quella del contado ricco e un po' fanfarone del lunedì mattina, vedi Rural day), oltre agli studenti squattrinati, comprendeva un buon numero di professionisti di vario genere, sicuramente senza problemi nel passare alla cassa, ma che probabilmente detestavano dover di volta in volta provvedere a saldare granite, caffè o il classico bicchiere di cocco, mentre un'altra fetta di clienti era costituita da rappresentanti, anche di prodotti improbabili, con larghi momenti di scarsità monetaria. 

Per questo motivo, in effetti ad ogni avventore, Gino aveva stabilito, col suo insindacabile fiuto commerciale, un fido invalicabile, una specie di conto aperto che poteva arrivare fino e non oltre una cifra ben definita. Sulla cassa, qualche volta infilata sotto, altre appoggiata come per dimenticanza sui tasti, c'era un cartoncino, diciamo un formato A4, su cui era elencata tutta una serie di nomi con al fianco le cifre che via via si andavano accumulando, 80 lire per un caffé, 100 di seduta, 200 lire di biliardo per una sera andata particolarmente male in cui il malcapitato aveva perso tutte le goriziane. Il tizio passava, uscendo e comunicava il debito e Gino prendeva la matita che penzolava dalla cassa, legata ad uno spago  e segnava, segnava; quando la lista era troppo lunga, tirava fuori una gommetta rossa e cancellava tutto scrivendo solo la somma finale. Il cartoncino, conosciuto come Il Bugiardino, a forza di continue abrasioni era tutto consumato e annerito; in alcuni punti, quello dei clienti più attivi, quasi bucato, ma apparentemente rimaneva negli anni sempre lo stesso, una specie di monito silente che ognuno vedeva passando di fianco al bancone prima di raggiungere l'uscita. 

Quando il fido stava per essere valicato, Gino attendeva al varco il moroso che, all'ennesimo caffé, con discrezione e senza che nessun altro se ne avvedesse, cosa non certo facile in un bar sempre affollatissimo, veniva invitato a saldare il debito in toto o quantomeno mostrando, se in difficoltà, almeno la buona volontà di ridurre l'esposizione. Un vero e proprio richiamo a rientrare a cui, obtorto collo e tra mille maledizioni, se in difficoltà, tutti si dovevano sottoporre. Il debito non cartolarizzabile, diventava una deterrenza che in qualche modo doveva essere saldata, una volta anche l'onore aveva il suo peso. Che tutta la voragine del debito pubblico, e la crisi finanziaria internazionale dovuta ai mutui subprime, sia nata da qui, da questo andazzo lassista? E' possibile, tuttavia a quel tempo non mi risulta che qualcuno abbia mai pensato di "ristrutturare il debito" o di uscire dalla moneta comune del bar per risolvere il suo problema, al massimo limitava i suoi consumi e onorava i suoi obblighi, perché allora si riteneva che, tra persone civili, fosse giusto così. 


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Il Bar Baleta: Il gioco del Mah Jong.

Il gioco del Mah Jong - (gent. concessione Gino "Baleta" Gemme).

Questa è bella. Vedo dal blog di Partecinesepartenopeo, ottimo riferimento per le notizie dalla Cina, che a Tolosa al campionato mondiale di Mah Jong 2013, il primo dei 13 partecipanti cinesi si è classificato addirittura quarto e il secondo solo settimo (tre francesi ai primi tre posti). La scusa ufficiale, per coprire la vergogna del mancato primato nel gioco da tavolo più famoso del Celeste impero, è stato il jet lag, anche se nella squadra si mormora che i giocatori cinesi non sono più all'altezza, essendo il gioco stato sospeso per alcuni decenni da Mao in persona, in quanto divertimento capitalista e che bisognerebbe far giocare qualcuno di Honk Kong, dove non c'è stata crasi rivoluzionaria. Infatti la prima volta che ci andai, nel 1973, rimasi sorpreso, sentendo arrivare da ogni sottoscala e da dietro ogni tenda del mercato, il ticchettare tipico delle tessere del gioco sulle tavole di legno. Qualcuno dice che proprio questo picchiettio ha dato il nome al gioco stesso che significa letteralmente "Acchiappare l'uccello della canapa", simulandone il verso. Certo, io il gioco delle 144 tessere, lo conoscevo già da tempo. Lo si giocava indefessamente proprio al bar Baleta, arrivato non si sa come, forse da Ravenna, unico luogo italiano dove era conosciuto. Gino dice che lo aveva visto ad una fiera e non aveva voluto far mancare al bar la novità, forse desideroso, tanto per cambiare, di incrementare i consumi. Il gioco però, aveva un suo gruppo fisso di aficionados, presi naturalmente in giro senza pietà dagli altri avventori, che guardavano con una sorta di commiserazione i quattro, raramente otto giocatori, che, come carbonari si ritiravano nei tavoli di fondo della sala carte, mescolando le tessere con le stecche di legno prima di buttarsi nel bailamme dei raddoppi e dei conti complicatissimi, come isolati da quanto accadeva attorno. 

Non era un gioco come gli altri, che invariabilmente attiravano attorno ai tavoli numerosi spettatori, i cosiddetti angolisti a commentare e criticare furiosamente i giocatori. Al massimo se ne fermava uno o due, rimasti spaiati dalla quartina necessaria. Io ne sono stato un accanito appassionato, assieme a Barni, De florio, Chiappino, Cartocci e qualche altro. Ore ed ore, fino a notte tarda a discutere di tris di venti e di draghi, a ricordare una famosa chiusura pescando "la luna nel pozzo" o a passare dispiaciuto la stecca del "vento dell'est" che dà diritto ad un raddoppio supplementare (vi dice niente, eh?). Il fascino dell'oriente? Chissà. Quei piccoli parallelepipedi di plastica colorata, in fondo succedanei delle carte (il gioco alla fin fine non è che una versione un po' più complicata della scala quaranta), mi hanno sempre attirato morbosamente come tutto quello che arrivava dall'Oriente. Il disegno di Gino parla chiaro, il giudizio del bar ci giudicava come "i Cinesi" e io sono certamente quello col cappello a cono di fronte. Oggi credo che nessuno lo giochi più da queste parti. Io, ogni tanto tiro fuori quello che ho comprato tanti anni dopo in Cina, più per nostalgia che per altro, tocco le tessere con gusto, avvertendo lo strofinio dei polpastrelli sulla superficie di osso, scivolando poi sul dorso ruvido di bambù. Ascolto il rumorino secco, il "pigolio" che fa il pezzo toccando il legno del tavolo, guardo ad una ad una le incisioni complicate e barocche dei Fiori e delle Stagioni, quelle che identificano la bellezza del set e non avendo più giocatori con cui dividere il piacere, mi resta solo il gusto di sognare, prima di riporlo nella scatola di legno duro, un mondo lontano nello spazio, fatto di odori forti di pesce marinato, di spezia dolce, di caldo umido opprimente oppure lontano nel tempo, in quei tavolini della saletta dietro il vicolo, al di là di quella porta a vetri, chiusa per sempre.


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Il Bar Baleta: Slim.

Slim il piccolo - (gent. concessione Gino "Baleta" Gemme).

Il nostro bar era comunque una accozzaglia di alessandrini purosangue e come si sa, questa è per sua natura brutta gente. Gli insulti della storia li hanno fatti così, una città di frontiera, senza difese dove passavano gli eserciti, così si è dovuti forzatamente diventare, furbastri, infidi e cattivelli (al soldato nemico non opporti, ma, acquattato tra i cespugli, attendi il passar degli ultimi ed il più debole colpisci con la marra, ma in testa, per non rovinar la giubba, così si consigliava nel "Regalo del mandrogno" libro storico locale di fine 800). Siamo sarcastici, criticoni, incostruttivi e amanti della burla cattiva e feroce. Però in fondo, per quanto spietato, lo scherzo si fa alle persone che consideri ed alle quali vuoi bene (chissà a quelli a cui vuoi male, direte voi). Così il bar era teatro di continui sfottò e di scherzacci  piuttosto pesanti, alcuni anche studiati a lungo dai Senatori, il gruppo di potere, dato dall'anzianità di frequenza e dal rispetto dovuto al carisma dei personaggi stessi. Dopo che Angelo, l'aiuto barista, si era pensionato per darsi al 100% al ciclismo della terza età, era subentrato, come si usava una volta nelle aziende, il figlio, detto Slim, giovane ed ingenuo sebbene, bravissimo e volenteroso. Come tutti i neo assunti, la sua gavetta consistette nel sottostare soprattutto alle angherie nonnistiche ed ai lazzi a cui era sottoposto dagli abitué del bar. Ad un certo punto, visto che il ragazzo cominciava a sopportare le prese in giro con una certa nonchallance e sembrava essere ormai entrato a pieno titolo nello spirito del bar, il gruppo degli anziani, decise di sottoporlo alla prova suprema. 

Lo scherzo crudele. Cominciarono a girare nel bar strane voci, di clienti che si lamentavano della sua scarsa efficienza e delle sue capacità di servire con i dovuti modi i vari clienti, soprattutto quelli più importanti. Gino avallava la cosa confermando con sguardo grave che le lamentele crescevano di giorno in giorno e che i clienti cominciavano ad essere davvero irritati e premevano perché si facesse qualche cosa, per non macchiare il lustro e la storia del bar. Slim un po' turbato, si affannava nel tentativo di esaudire i desideri più strani e anche palesemente vessatori degli avventori, quando arrivò strisciante la notizia che c'era un ragazzo di eccezionali capacità, un barista dal curriculum eccezionale, che aspirava al posto, tale Raf. Ogni volta che il povero Slim, sempre più preoccupato, girava per la sala a portare vassoi di caffè e passava di fianco ad un tavolino di giocatori di carte, allungava l'orecchio e sentiva inequivocabilmente che si stava parlando delle indiscusse capacità di questo Raf, mentre gli astanti subito si zittivano quando lui arrivava, posando le tazzine sul tavolo, subito criticato perché non le aveva posizionate bene, infastidendo i giocatori. Se passava nella sala biliardi, subito sentiva accenni alla grande simpatia ed efficienza di Raf, mentre tutti cambiavano discorso mentre, con gli occhi bassi, posava biglie e ometti sul panno verde. 

La cosa andava avanti da un paio di settimane, quando un gruppo di clienti di peso si presentò da Gino in maniera ufficiale, mentre il povero Slim era affaccendato a sistemar bicchieri e pareva non sentire, chiedendo che il malcapitato fosse sostituito definitivamente per scarso rendimento, alla faccia dell'articolo 18. Gino con la faccia scura decise che le cose dovevano avere una loro ufficialità e dopo aver parlato al ragazzo disperato, decretò che si era addivenuti alla decisione di fare un referendum tra i clienti, poiché risultava che alcuni, invece si erano schierati a suo favore. Il clima di attesa montava ed era continuamente annunciata la venuta del mitico Raf a perorare la sua campagna elettorale, ma gli appuntamenti erano continuamente disattesi. I più cattivi  lanciavano battute del tipo: Fammi un caffé buono che intanto ne hai ancora per poco e si giravano dall'altra parte, mentre chi faceva la parte del buono gli sussurrava: Dai che non è detto ancora, intanto Raf non si è visto neanche stasera, forse lo prendono in un bar di Montecarlo. Slim era davvero preoccupato ed il giorno del referendum, un'apposita urna fu predisposta al centro del bar, dove i clienti depositavano la scheda, che riportava i due nomi, dopo averla crociata debitamente, con molto sussiego, proprio sotto gli occhi del preoccupatissimo Slim, che continuava a servire caffé e Campari soda. Alla sera, chiuse le votazioni ufficialmente, nella sala carte si dispose lo scrutinio. Furono avvicinati tre tavoli, il gioco sospeso e condotto da un gruppo di serissimi Senatori, cominciò l'operazione. 

Neanche quella sera Raf, pur preannunciato si era fatto vedere. Slim era stato comandato al bancone, da dove non vedeva ma poteva sentire lo spoglio delle schede, naturalmente tutte fasulle, che venivano aperte e lette con voce stentorea, Raf, Raf, Slim, Raf, Slim e così via. La tensione cresceva di minuto in minuto e il povero Slim non resistendo più all'angoscia, si affacciò alla porta proprio mentre si arrivava all'ultima scheda. Tra la costernazione generale, il presidente del seggio disse: Signori, i voti sono al momento 42 per Slim e 42 per Raf, rimane ancora una scheda, quella decisiva. Conscio dell'importanza del momento, aprì il foglio che era stato ben ripiegato, si aggiustò meglio gli occhiali, poi controllò con cura lo scritto aggrottando gli occhi, quasi non comprendesse bene quanto vi era riportato, infine in un silenzio perfetto, alzò la testa e disse: Qui c'è scritto solo: Coglione. Slim inquadrato dalla porta lanciò un urlo: Sono io, ho vinto, ho vinto! tra le risate, gli sghignazzi ed infine gli abbracci di tutti i clienti che in fondo gli volevano bene. Stette al bar diversi anni, poi ebbe l'occasione di entrare nei pompieri per fare il militare e se ne andò, ma si dice che il virus del barista lo avesse contagiato per sempre, anzi qualcuno incrociandosi in piazzetta, afferma che abbia aperto un bar da qualche parte e che ormai non più giovanissimo, rinverdisca quelle esperienze dietro un bancone lucidissimo.

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Il Bar Baleta: Rural Day

 Il mercato del grano - (gent. concessione Gino "Baleta" Gemme).


Vi ho detto che il Baleta era un locale esclusivo, un ritrovo per abitué dove non entravano praticamente mai avventori di passaggio, ma come ogni legge, anche questa aveva la sua eccezione. Infatti c'era un momento topico in cui le cose si capovolgevano ed il bar era addirittura invaso da estranei. Il lunedì mattina, tra le 10 e la mezza nel breve tratto di via Alessandro III che arrivava in piazzetta, proprio davanti al portone che celava l'ingresso nascosto del bar, si svolgeva il cosiddetto "mercato" delle derrate agricole. Un numero consistente di agricoltori, operatori commerciali, mediatori, fornitori di materiali agricoli, si ritrovavano per comprare, vendere o semplicemente informarsi del prezzo delle granaglie. Qualche centinaio di persone si aggirava nella strada e nella piazzetta, chiacchierando, contrattando e formando capannelli in continua discussione. Tutti si conoscevano tra di loro. Sobri saluti, preliminari di facciata in cui si asseriva con gravità della assoluta necessità di pioggia o degli aiuti all'agricoltura che l'infame governo non approvava mai nella gusta misura. Poi dalla tasca dei cappottini spuntava un cartoccetto di carta marrone spessa e ruvida, che veniva aperto con devozione mostrando un mucchietto di frumento o di orzo o di granturco. Veniva soppesato con cura, commentato, l'offerente ne prendeva un pizzico facendolo ricadere nel mucchio come a mostrare la qualità inappuntabile dell'intera partita. 

Il mediatore, allora si prendeva il pacchetto e andava da un altro capannello a mostrarlo ad un probabile acquirente e le discussioni riprendevano sull'ultimo attacco di piralide alle pannocchie di mais, non ancora seccato per la troppa pioggia, in anticipo quell'anno. La Banca Commerciale sull'angolo, in quelle ore apriva addirittura una saletta con qualche tavolo per dare modo, nelle giornate più fredde, di poter effettuare le contrattazioni al riparo. Tutto questo movimento continuava da anni senza sfiorare minimamente la vita del bar segreto e nascosto, a pochi metri da quel continuo andirivieni. La cosa non turbava minimamente il vecchio Baleta che anche in quelle ore continuava ad asciugare bicchieri e tazzine allineandole sul bancone di un bar solitamente semideserto al mattino presto. Ma l'allora giovane Gino, che stava prendendo nelle mani la guida del locale, incurante del padre che continuava a dirgli "Ma lasa chi vagu al Moderno", da buon commerciante, guardava a quel gregge di potenziali clienti che pascolavano al di là del portone, come un lupo famelico che brama condurre le pecorelle nella sua grotta e friggeva cercando di studiare qualche idea per attirare quel numero sterminato di avventori che per prendere un caffè dovevano attraversare la piazza per andare fino al Bar Moderno di fronte. Un bel giorno ebbe l'idea fulminante. Il lunedì mattina arrivò al bar con un pacco di volantini che portavano il suo disegno con lo slogan: Per i vostri contratti, da Baleta! 

Un ragazzino fu incaricato della distribuzione ai villici che stavano arrivando e da quel momento qualche timido operatore varcò la soglia del bar, facendo da apripista ai gruppi sempre più numerosi di agricoltori che presero possesso del locale ogni lunedì, per tre ore, da quel momento in avanti. Gli abitué stavano alla larga. Qualcuno si rintanava dai biliardi, ma ai tavolini della sala carte, ingombri di tazzine di caffè, in quello spazio/tempo off limit vedevi solo pacchetti di granaglie che passavano di mano, pacche sulle spalle e strette robuste a suggellare contratti sulla parola. Io posso orgogliosamente affermare la mia conoscenza diretta dei fatti, in quanto come responsabile commerciale del Consorzio Agrario, ho frequentato come parte in causa, quegli eventi per più di vent'anni. Come capirete, posso quindi parlarne a pieno titolo e per conoscenza diretta. Dopo la mezza il locale tornava deserto e qualche cliente abituale si riaffacciava dalla porta del vicolo dicendo:"Gino, è finito il rural day?". La solita gente riprendeva possesso del locale e tra Gino, che per tutta la mattinata aveva mantenuto un inappuntabile aplomb di cortesia professionale da barista di alto livello, e i soliti, riprendevano le bonarie e scanzonate prese in giro, le arguzie mordaci, gli sfottò mille volte ripetuti ma sempre nuovi.


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