A botta calda alcune considerazioni, frammenti sparsi, sulla mostra dedicata a Fabrizio De André, che ho visitato ieri 7 febbraio 2009.E comincio facendo un passo indietro : mentre ero in coda (per fortuna una breve coda) per entrare mi chiedevo quali documenti si possano esporre in una mostra su un cantautore, o meglio se sia possibile trovare un numero sufficiente di oggetti interessanti tali da giustificare una mostra che, come questa, si propone come evento di rilevanza almeno nazionale. La domanda può sembrare un po’ sciocca, vista la grandiosità del personaggio in questione, però io me la sono posta lo stesso, perché in fin dei conti un cantautore non è un pittore né uno scultore né un fotografo, e dopo aver esposto qualche foto, le copertine, gli scritti autografi, c’è poco da mostrare.
Entrando ho avuto la risposta: la mostra è quasi tutta basata su video allestimenti, proiezioni di filmati, di immagini, e sull’ascolto di musica e interviste che De André ha rilasciato negli ultimi anni, specialmente. Ci sono anche altri documenti, ma pochi, le foto di famiglia, le sue canzoni scritte da lui in stampatello su fogli protocollo; i libri letti con le note a margine come commento, non molto insomma, ma sufficiente per creare un’atmosfera di ricordo, forse perfino di celebrazione, ma non retorica e, anzi, affettuosa.
E’ particolarmente spettacolare la sala dei tarocchi, le carte che facevano da scenografia nella sua ultima tournée: su tre grandi pannelli appesi al soffitto scorrono le figure delle “carte animate” dedicate alle diverse canzoni, e quindi troviamo “Bocca di rosa”, “Il matto”, “Il giudice” e così via, come un una galleria dei personaggi deandreiani. Realizzazione molto curata e perfetta tecnicamente.
Resta però il fatto che uscendo da quelle sale non se ne sa molto più di prima, e se ti piaceva Faber continua a piacerti, ovviamente, ma non ne hai qualche motivo in più.
O forse questa è l’impressione di un uomo che ha cominciato ad ascoltare De André trentacinque anni fa, bisognerebbe sapere che cosa ne pensa un ragazzo di vent’anni che lo conosce sicuramente di meno.
Infine mi vengono due considerazioni particolari.
La prima: in due cornici affiancate sono esposte una sua pagella delle medie e una lettera che lui scrisse ai genitori quando aveva quattordici anni. La pagella è disastrosa, c’è perfino un cinque in italiano, in effetti fu bocciato un anno. La lettera è sorprendente, sembra scritta da un adulto colto, in un italiano perfetto. Non si direbbe che questi due documenti rappresentino la stessa persona. Forse si può dire che De André fosse un tipico caso di intelligenza divergente, un uomo geniale e, a modo suo, disadattato, tabagista impenitente, alcolista, ma grande creativo.
La seconda: nella sua biografia, proiettata sui muri della sala della “Vita”, è scritto che per un certo periodo frequentò le facoltà di lettere e di medicina, ma senza esservi iscritto. Strano comportamento per uno studente che dovrebbe preoccuparsi del suo futuro professionale, forse giustificabile se si pensa che veniva da un giovane che , in fondo, non aveva bisogno di lavorare per vivere. La famiglia De André era ricchissima. In fondo ad una sala della mostra una grande fotografia rappresenta Fabrizio al pianoforte in un salone della villa di famiglia. Nella foto si vede bene anche il salone, sembra che lui stia suonando nella reggia di Caserta!
Però accanto a quella foto c’è anche il pianoforte, quel pianoforte, quei tasti sui quali quarant’anni fa si cercava la melodia di “quei giorni perduti…