lascia un segno:


Giovedì 18 novembre Claudio Bisio al Politeama Alessandrino

Giovedì 18 novembre al Politeama Alessandrino (Via Verdi, 12) va in scena Io quella volta lì avevo 25 anni, monologo inedito scritto da Giorgio Gaber e Sandro Luporini e interpretato da Claudio Bisio, per la regia di Giorgio Gallione.


Scritto alla fine degli anni '90, il copione è stato recuperato dalla Fondazione Giorgio Gaber, che produce lo spettacolo in collaborazione con il Teatro dell'Archivolto, offrendo un prezioso regalo a tutti i fan del famoso cantautore scomparso.


Il testo si compone di sei brevi e folgoranti monologhi e ci racconta gli anni della nostra vita, affrontati per decenni, a partire da un lontano 1944. Un viaggio nella storia, nel costume e nella politica delle varie epoche, rappresentato attraverso uno straordinario connubio di musica e parole, presentando gioie, speranze, dolori e delusioni di un giovane che, ogni volta, dichiara di avere sempre venticinque anni.
Un testo che sorprende per raffinatezza di scrittura, deliziosa alternanza di accenti e per guizzo umoristico tipico dello stile Gaber.


Claudio Bisio, accompagnato dalle musiche dal vivo del pianoforte di Carlo Boccadoro, è l'unico interprete di questa preziosa testimonianza dell'Italia di ieri e di oggi.
Con la capacità comunicativa, la mimica e l'ironia che lo contraddistinguono, Bisio svela le vicende di questo giovane uomo al confine tra giovinezza e maturità, che deve affrontare, in ogni epoca, le scelte decisive, personali e politiche della propria vita, sentendo il bisogno di dover lanciare un messaggio di speranza alle nuove generazioni.


Uno spettacolo ben raccordato dalla regia di Giorgio Gallione, il quale immerge il protagonista all'interno di una scenografia essenziale, dove si muove tra leggio e pianoforte, "inseguito" dalle luci di Aldo Mantavani.




Sponsor della stagione 2010-2011 del Teatro Regionale Alessandrino è Alegas, Gruppo Amag Alessandria.


Inizio spettacolo ore 20.45.

INFO: Fondazione Teatro Regionale Alessandrino Uffici: Via Savona, 1 – 15121 Alessandria tel. 0131 52266; TEATRO SOCIALE DI VALENZA, Corso Garibaldi 58 – Valenza (AL), tel. Biglietteria 0131 942276; cell. 347 7690197
www.teatroregionalealessandrino.it

2 commenti:

  1. Anonimo15:27

    Lo spettacolo organizzato al Politeama Alessandrino, primo evento di nota "recuperato" dalla stagione del Teatro Comunale, si è aperto con quella che mi era stata annunciata come una dura improvvisata da parte dei dipendenti del Comunale: in realtà i dipendenti si sono schierati in riga e, per mezzo di una portavoce, hanno letto poche righe per spiegare brevemente i fatti (per chi non ne fosse ancora a conoscenza) e per chiedere un sostegno da parte del pubblico; il tutto senza attacchi a dirigenza, Comune o alcun tipo di lamentela; dopo un lungo applauso si sono spente le luci e si è aperto il sipario: sul palco il pianista Carlo Boccadoro, presenza costante per tutta la durata dello spettacolo.
    Claudio Bisio, entrato anch'egli tra gli applausi (meno di quelli riservati al personale del Comunale), in un ruolo molto lontano da quello del comico di Zelig noto a tutti, molto Gaberiano (il testo originale è stato infatti scritto a quattro mani da Sandro Luporini e dal Signor G) e a volte Fantozziano (in quanto le storie narrate avevano spesso risvolti tragicomici) con una breve premessa ha spiegato che l'"attore", ma non solo, quando evoca ricordi passati, tende sempre a immedesimarsi con il sè stesso migliore, quello più in forma e nel pieno delle forze; quindi nei ricordi ha sempre 25 anni.
    Lo spettacolo prevedeva la narrazione di sei storie, ambientate dal dopoguerra fino agli anni '90; i protagonisti erano accomunati dal fatto di essere sempre uomini, fidanzati con una persona di nome Maria, e che "quella volta li avevano 25 anni". Il tutto inserito in una scenografia formata dal pianoforte sul lato sinistro e da 4 radiomicrofoni con altrettanti leggi, posti frontalmente, sui lati del palco (i più usati) e sul fondo (utilizzato per piccoli passaggi e una volta per cantare un brano), di fianco al pianoforte.

    1. Bella ciao: (anni '40): un uomo qualunque, spaesato a contatto con la guerra (ormai verso la sua conclusione, nel 1944) e con un soldato tedesco (mi veniva in mente "La guerra di Piero", nel momento del faccia a faccia con il "nemico").
    2. Garden Manila (anni '50): negli anni della ripresa, un frequentatore del locale Garden Manila corteggia una giovane Maria, finendo "beccato" dai genitori nel loro letto matrimoniale con la loro "bambina".
    3. Attento al tram (anni '60): storia familiare legata all'auto: prima quella del padre, apprensivo e protettivo, poi quella del protagonista, che litiga con Maria perchè pensa più alla nuova auto, comprata a rate, che a lei e al loro matrimonio, atteso inaspettatamente ormai da anni.
    4. Il filosofo (anni '70): la protesta e la ribellione prima, la voglia di libertà e spensieratezza poi, portano ad un tradimento inaspettato ma subito confessato ed ad una reazione ancor più inaspettata da parte di Maria.
    5. L'amico (anni '80): nel tempo delle radio libero, storia di tossicodipendenza, tra alti e bassi, con un triste epilogo che porta alla morte dell'amico di un tempo.
    6. Il creativo (anni '90): il difficile rapporto con un datore di lavoro che tende a tarpare le ali e con Maria, che per lavoro vive di apparenze.

    RispondiElimina
  2. Anonimo15:28

    seconda parte.
    A conclusione delle storie un capitolo finale cerca di fare un punto della situazione all'attualità, ai giorni nostri.
    Visto che l'ho trovato molto intenso, anzichè cercare di spiegarlo (non ne sarei capace), riporto il testo originale dell'epilogo (tratto dal sito della Fondazione Gaber), narrato da Bisio finalmente al centro del palco, seduto: spero vi piaccia... l'ho trovato molto istruttivo e utile. Come tutti i testi di Gaber con cui ho avuto a che fare (grazie ad una passione di mio padre), anche questo risulta ancor più attuale oggi, che 10-12 anni fa, quando è stato scritto.

    Io, quella volta lì, avevo sess'antanni. Eravamo nel 2000 o giù di lì. Praticamente ora. E vedendo le nuove generazioni, i venticinquenni di ora così diversi mi domando: che eredità abbiamo lasciato ai nostri figli? Forse, in alcuni casi, un normale benessere. Ma non è questo il punto. Voglio dire... uni'dea, un sentimento, una morale, una visione del mondo... No, tutto questo non lo vedo. Allora ci saranno senz'altro delle colpe. Sì, il coro della tragedia greca: i figli devono espiare le colpe dei padri.
    Siamo stati forse noi padri insensibili, autoritari, legislatori di stupide istituzioni? No. Allora dove sono le nostre colpe. Un momento, era troppo facile per noi essere pacifisti, antiautoritari e democratici. I nostri padri avevano fatto la resistenza. Forse avremmo dovuto farla anche noi, la resistenza. E sempre tempo di resistenza. Perché invece di esibire il nostro atteggiamento libertario non abbiamo dato uno sguardo all'avanzata dello sviluppo insensato? Perché invece di parlare di buoni e di cattivi non abbiamo alzato un muro contro la mano invisibile e spudorata del mercato? Perché avvertivamo l'appiattimento del consumo e compravamo motorini ai nostri figli? Perché non ci siamo mai ribellati alla violenza dell'oggetto?
    Il mercato ci ringrazia. Gli abbiamo dato il nostro prezioso contributo.
    Ma voi, sì, voi come figli, non avete neanche una colpa?
    Dov'è il segno di una vita diversa? Forse sono io che non vedo. Rispondetemi: dov'è la spinta verso qualcosa che sta per rinascere? Dov'è la vostra individuazione del nemico? Quale resistenza avete fatto contro il potere, contro le ideologie dominanti, contro l'annientamento dell'individuo?
    Daccordo, non posso essere io a lanciare ingiurie contro la vostra impotenza. Ho da pensare alla mia. Perché, spiegatemi perché vi abbandonate ad un'inerzia così silenziosa e passiva? Perchè vi rassegnate a questa vita mediocre senza l'ombra di un desiderio, di uno slancio, di una proposta qualsiasi? Forse il mio stomaco richiede qualcosa di più spettacolare, di più rabbioso, di più violento? No! Di più vitale, di più rigoroso, qualcosa che possa esprimere almeno un rifiuto, un'indignazione, un dolore.
    Quale dolore? Ormai non sappiamo neanche più cos'è, il dolore! Siamo caduti in una specie di noia, di depressione... Certo, il marchio dell'epoca. E quando la noia e la depressione si insinuano dentro di noi tutto sembra privo di significato.
    Si potrebbe dire la stessa cosa del dolore? No!
    Il dolore è visibile, chiaro, localizzato, mentre la depressione evoca un male senza sede, senza sostanza, senza nulla... salvo questo nulla non identificabile che ci corrode.

    Lele

    RispondiElimina